Capitolo 9

La tradizione

 

La dottrina dei teologi papisti

La tradizione è parte della rivelazione di Dio e perciò va rispettata al pari della Scrittura. 'La tradizione è l'insegnamento di Gesù Cristo e degli Apostoli, fatto a viva voce, e dalla Chiesa trasmesso fino a noi senza alterazione' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 375) [1]; 'Fonti principali della Tradizione sono i Concilii della Chiesa [2], i Libri liturgici, gli Atti dei Martiri, le antiche iscrizioni sulle tombe e sui monumenti, le preghiere pubbliche, le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa. - Il titolo di Padri si dà agli Scrittori sacri fino al secolo XII; quello di Dottore si dà tanto ai Padri quanto ad altri Scrittori eminenti, specialmente Santi la cui dottrina é approvata dalla Chiesa e generalmente seguita' (ibid., pag. 377) [3]. Quindi, secondo la chiesa papista la loro tradizione è costituita da precetti che Gesù diede a voce ai suoi apostoli, che a loro volta trasmisero a voce ad altri fedeli servitori del Signore che a loro volta sempre oralmente l'hanno fatta pervenire inalterata a loro che sono, secondo loro, la vera e unica chiesa depositaria di tutta la rivelazione divina! In sostanza la tradizione è parte della rivelazione di Dio e come tale quindi va rispettata al pari della Scrittura: Perardi afferma infatti che 'noi dobbiamo avere per la dottrina trasmessaci per Tradizione, lo stesso rispetto e la stessa fede che abbiamo per la dottrina della Sacra Scrittura, poiché l'una e l'altra sono verità rivelate da Dio' (ibid., pag. 375-376) [4]. I teologi papisti per sostenere che tutta la loro tradizione, benché non sia scritta nella Scrittura, deve essere accettata nella stessa maniera in cui è accettata la Scrittura perché anch'essa è stata rivelata da Dio fanno un discorso tutto particolare appoggiandosi a certi passi della Scrittura. Noi adesso vi proporremo questo loro discorso così come lo troviamo nel catechismo del Perardi. Una sola volta è dichiarata utile la sacra Scrittura, vale a dire quando Paolo dice a Timoteo: "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona" (2 Tim. 3:16,17). Ma non è dichiarata utile per i fedeli ma 'per i sacri ministri come aiuto a loro per insegnare, educare e correggere (...) Utile e non già necessaria' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 376). Ed ancora: 'Non solo non si impone mai la lettura della Bibbia, ma si insiste perché si ricordino, si conservino e si tramandino gl'insegnamenti appresi oralmente, che divengono Tradizione viva della Chiesa' (ibid., pag. 376), e cita i seguenti versi della Scrittura per confermare ciò: "Or io vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa, e ritenete i miei insegnamenti quali ve li ho trasmessi" (1 Cor. 11:2); "Così dunque, fratelli, state saldi e ritenete gli insegnamenti che vi abbiam trasmessi sia con la parola, sia con una nostra epistola" (2 Tess. 2:15); "Ordina queste cose e insegnale... Attendi finché io torni, alla lettura, all'esortazione, all'insegnamento... Bada a te stesso e all'insegnamento; persevera in queste cose" (1 Tim. 4:11,13,16); "Attienti con fede e con l'amore che è in Cristo Gesù al modello delle sane parole che udisti da me. Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi" (2 Tim. 1:13,14); "Tu dunque, figliuol mio, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù, e le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, i quali siano capaci d'insegnarle anche ad altri" (2 Tim. 2:1,2). E a riguardo di Timoteo il Perardi dice: 'Timoteo non scrisse le cose udite da S. Paolo, le insegnò secondo l'ordine di lui e le trasmise per tradizione' (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 376).

La teoria del germe. Il cardinale Newman (1801-1890) nel suo libro Lo sviluppo della dottrina cristiana, per difendere la tradizione, ha propugnato la teoria del germe. Seconda questa teoria la tradizione della chiesa cattolica romana quantunque non sia contenuta tale e quale negli insegnamenti di Gesù pure vi era contenuta in forma di germe; poi col passare del tempo essa si è sviluppata fino a prendere le dimensioni e la forma che possiede oggi. In altre parole, per questo cardinale vi è stata una evoluzione della dottrina di Cristo, evoluzione rappresentata dalla tradizione, tutto qua. Ecco alcune sue parole tratte da questo libro che fanno capire molto bene questa teoria del germe: 'E ancora nello stesso capitolo di san Marco si legge: 'Il Regno dei Cieli è simile ad un uomo che getta il seme in terra e dorme e si alza di giorno e di notte e il seme germoglia e cresce ed egli non sa come; perché la terra produce frutto da sola'. Si indica qui una forza vitale interiore, sia essa un principio o una dottrina, piuttosto che una semplice manifestazione esteriore. Inoltre, osserviamo che qui si fa intendere il carattere spontaneo e insieme progressivo della crescita (...) La parabola del Regno dei Cieli descrive anche lo sviluppo della dottrina sotto un altro aspetto e cioè indica il suo potere attivo, che si traduce in un processo di integrazione e di interpretazione (....) Tenendo fermo che il cristianesimo viene da Dio, da Dio viene necessariamente anche tutto quello che è in esso in modo implicito e ciò che da esso si sviluppa (...) Dalla dottrina della Mediazione consegue quella dell'espiazione, della messa, dei meriti dei santi e dei martiri, le invocazioni loro rivolte e il loro culto (....) Fra i sacramenti, poi, il battesimo si sviluppa da una parte nella cresima e poi nella dottrina della penitenza, del purgatorio e delle indulgenze. E l'eucarestia si sviluppa nella dottrina della Presenza reale, nell'adorazione dell'Ostia, nella risurrezione dei corpi e nella virtù delle reliquie (...) Questi singoli sviluppi poi non si pongono in modo indipendentemente l'uno dall'altro, ma si intrecciano l'uno con l'altro e, pur venendo da un solo germe crescono insieme' (John H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Bologna 1967, pag. 82, 83,103,104).

Confutazione

La tradizione cattolica romana non può procedere da Cristo perché annulla la Parola di Dio e perciò va rigettata

Ora, i teologi papisti affermano che la loro tradizione procede da Cristo; ma allora, come si spiega il fatto che questa loro tradizione annulla palesemente le cose che Gesù Cristo prima e gli apostoli poi hanno insegnato e che noi troviamo scritte così chiaramente nella Scrittura? Come mai questa loro tradizione è amara al nostro palato mentre la Parola di Dio scritta è più dolce del miele? Come mai la loro tradizione è storta mentre la Parola di Dio è diritta? La ragione può essere ed è una sola; essa non procede da Dio. Ma allora da chi procede? Dal nemico di Dio, dal diavolo che è bugiardo e padre della menzogna: non può essere altrimenti. Per questo non si deve avere per essa nessun rispetto ma solo odio, e in essa non bisogna riporre nessuna fiducia. La tradizione cattolica romana assomiglia per molti versi alla tradizione che avevano gli scribi e i Farisei al tempo di Gesù; infatti come quella tradizione, di cui gli scribi e i Farisei andavano orgogliosi, annullava la legge di Mosè, ossia la legge che Dio aveva dato al suo popolo sul monte Sinai (vi ricordo che gli scribi e i Farisei dicevano, tra le altre cose, che se uno diceva a suo padre o a sua madre: Quel con cui potrei assisterti è offerta a Dio, egli non era più obbligato ad onorare suo padre e sua madre, mentre la legge dice: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice padre e madre sia punito di morte) (cfr. Matt. 15:4,5; Mar. 7:10-12); così la tradizione della chiesa cattolica romana, di cui i papi e i suoi seguaci sono così fieri di avere, annulla l'Evangelo di Cristo ossia la parola della grazia che Dio ci ha trasmesso per mezzo del suo Figliuolo. E questo lo abbiamo ampiamente dimostrato nel corso della nostra confutazione. Ma che fece Gesù nel constatare che gli scribi e i Farisei con la loro tradizione avevano annullato la Parola di Dio, ed avevano così serrato il regno dei cieli dinanzi alla gente impedendogli di entrarvi? Egli li riprese severamente, come meritavano. Egli disse loro infatti : "Ipocriti, ben profetò Isaia di voi quando disse: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il cuor loro é lontano da me. Ma invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che son precetti d'uomini" (Matt. 15:7-9). Queste sono le parole di Cristo che tuonano contro tutti coloro che sono a capo di questa pseudochiesa i quali preferiscono osservare e fare osservare agli altri dei precetti umani che voltano le spalle alla verità, anziché la Parola di Dio. Ma oltre a riprendere gli scribi e i Farisei Gesù mise in guardia i suoi discepoli dalla dottrina dei Farisei che aveva annullata la Parola di Dio dicendo ai suoi discepoli: "Guardatevi dal lievito de' Farisei" (Luca 12:1; cfr. Matt. 16:6-12), e così ancora oggi egli ci comanda di guardarci dal lievito della chiesa romana per non corromperci. "Un pò di lievito fa lievitare tutta la pasta" (1 Cor. 5:6), dice la Parola, perciò state attenti a non assimilare nessuna delle eresie della chiesa romana. Fratelli, "io vi ho scritto non perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete, e perché tutto quel ch'é menzogna non ha che fare colla verità" (1 Giov. 2:21).

La teoria del germe del Newman è una menzogna al pari della teoria dell'evoluzione di Darwin

Gesù ha detto un giorno spiegando la parabola del seminatore che "il seme è la parola di Dio" (Luca 8:11); quindi lui paragonò il suo insegnamento alla semenza seminata dal seminatore. Ora, siccome che tutto l'insegnamento di Gesù è buono, si deve dire che tutto il seme di cui lui parlò era in tutto e per tutto buono, privo di qualsiasi germe malvagio. E quindi dal suo puro insegnamento non potevano e non possono scaturire dottrine che contrastano e annullano le sue stesse parole, cioè delle eresie. Vogliamo dire con questo che Gesù non ha seminato della semenza contenente all'interno dei germi malvagi che poi col tempo si sono sviluppati fino a diventare delle piante velenose. No, affatto. Ma col passare del tempo degli uomini o nella loro ignoranza senza rendersene conto o in mala fede per sedurre gli altri, nella buona semenza vi hanno immesso dei germi malvagi, rappresentati dalle loro interpretazioni false, dalle loro opinioni errate, e da dottrine strane, che a loro volta hanno fatto scaturire inevitabilmente altre perversità perché "un abisso chiama un altro abisso" (Sal. 42:7) e perché "un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta" (1 Cor. 5:6). Questa fu un opera del diavolo, che è il seduttore di tutto il mondo, chiamato "il nemico" (Matt. 13:39) da Gesù perché ha in avversione la verità, che riuscì quindi a poco a poco a immettere in mezzo al Vangelo delle strane dottrine, facendole passare per tradizioni apostoliche, le quali hanno finito coll'annullare il Vangelo della grazia di Dio. E così la verità ha cominciato ad essere seminata assieme a tanti errori. Ma mentre la verità, il buon seme della Parola di Dio, ha continuato a fare del bene a quelli che l'hanno accettata così come è, cioè priva di ogni adulterazione, l'errore (il germe malvagio introdotto dal diavolo con la sua astuzia) ha generato tanti altri errori che sono appunto i precetti della tradizione cattolica romana che hanno causato danni e delitti in numero infinito durante i secoli. Basta prendere il diabolico precetto che impedisce ai preti di sposarsi (sviluppatosi anche in seguito ad una errata interpretazione data alla cena del Signore) per rendersi conto delle nefaste conseguenze che esso ha avuto sulla società e su loro stessi; ma la stessa cosa si può dire della messa (sviluppatosi anch'essa dall'errato significato dato alla cena del Signore), delle indulgenze (alla cui origine c'è un errato significato dato alle parole di Gesù: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi" (Giov. 20:23) che ha dato vita al sacramento della penitenza), e di tutte le altre eresie della chiesa romana. Quindi, la tradizione cattolica romana che annulla il Vangelo della grazia non era per nulla contenuta in germe nell'insegnamento di Gesù; perché essa è derivata dai germi malvagi e ingannatori scaturiti dai cuori di vescovi, papi, cardinali, e tanti altri. E' dunque in questi germi che bisogna ricercare le origini delle tradizioni della chiesa cattolica romana che non sono, secondo la curia romana, esplicitamente contenute nella Parola di Dio, e non nella Parola di Dio, pura d'ogni scoria. E difatti non è nella Parola di Dio che io ho trovato le tradizioni della chiesa cattolica romana che ho sin qui confutato, ma nelle interpretazioni errate date dai suoi cosiddetti padri e papi; leggendo la Parola di Dio guidati dallo Spirito della verità non si può minimamente intravedere in essa la tradizione cattolica romana, neppure contenuta in germe. Ma allora come mai i Cattolici riescono a vederci invece la tradizione? Perché loro non si fanno guidare dallo Spirito di Dio nella lettura della Parola, ma bensì dal magistero della chiesa cattolica che sa come mutare la luce in tenebre, e fare dire a Gesù e agli apostoli quello che essi non hanno mai detto. Per un certo verso questa teoria del germe avanzata dal Newman assomiglia alla teoria di Darwin che 'affermò che l'uomo era legato alla vita animale per mezzo di tipi ancestrali comuni', cioè che discendeva da animali. Il che noi sappiamo non può essere vero perché la Scrittura insegna che l'uomo è una creatura di Dio formata da Dio a sua immagine e somiglianza mentre gli animali non sono stati fatti a sua immagine e somiglianza, e perché l'uomo fu formato separatamente dagli animali e susseguentemente a loro. Non c'è dunque nessuna connessione tra l'uomo e gli animali; come anche non c'è nessuna connessione tra la Parola di Dio e la tradizione perversa della chiesa cattolica romana. Affermare che la tradizione cattolica romana si sia spontaneamente sviluppata dal seme della Parola di Dio è come affermare che la verità può generare la menzogna; che la Parola di Dio ha il potere di sviluppare dottrine diaboliche. Ma che ha da fare la menzogna con la verità? Nulla. Gesù Cristo è la verità, lui è la Parola di Dio ed un giorno disse riferendosi al diavolo, che è padre della menzogna: "Esso non ha nulla in me" (Giov. 14:30); quindi è impossibile pensare che dalle parole di Gesù siano potute in seguito uscire fuori - cioè svilupparsi - il purgatorio, la messa, il papato, le indulgenze, il culto a Maria e ai santi, le preghiere per i morti (per citare solo alcune); tutte dottrine che contrastano la Parola di Dio perché sono state generate dal diavolo che è bugiardo e padre della menzogna. Se fosse altrimenti dovremmo affermare che nella verità che era Cristo Gesù c'era nascosta anche la menzogna!! Insomma che il diavolo avesse qualcosa in Gesù!! E' quindi diabolico il ragionamento di Newman; perché anch'esso si oppone alla verità. Nessuno v'inganni fratelli con i suoi sofismi.

Il discorso fatto con le Scritture a sostegno della tradizione è falso

Come abbiamo visto il Perardi afferma che una sola volta la Scrittura è dichiarata utile e poi che essa è dichiarata utile per i sacri ministri e non per tutti i fedeli e poi che essa è utile e non necessaria. Come replichiamo noi? Così. Innanzi tutto diciamo che è falso che solo una volta la Scrittura è dichiarata utile, perché Paolo a Tito verso la fine dell'epistola gli dice: "Queste cose sono buone ed utili agli uomini" (Tito 3:8). Quali sono queste cose utili di cui Paolo parla se non le cose che gli ha scritto? E poi bisogna dire che vi sono molti altri passi che fanno capire chiaramente che le cose che sono state scritte per ispirazione dello Spirito Santo sono utili; tra questi citiamo questo: "Perché tutto quello che fu scritto per l'addietro, fu scritto per nostro ammaestramento, affinché mediante la pazienza e mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza" (Rom. 15:4). Come potete vedere il discorso di Perardi è vano. Veniamo ora alla questione che il passo a Timoteo si riferisce ai ministri di Dio e non a tutti i fedeli; ma che significa questo? Che per quelli che hanno ricevuto un ministero da Dio, come lo aveva ricevuto Timoteo, la Scrittura è utile mentre per quelli che non hanno un ministero non è utile? Ma questa è follia. Paolo dice ai Romani che "tutto quello che fu scritto per l'addietro, fu scritto per nostro ammaestramento" (Rom. 15:4), quindi per ammaestrare non solo i ministri di Dio ma anche quelli che non hanno un ministero, insomma per tutti i membri del corpo di Cristo. E citando ancora le parole di Paolo a Tito "queste cose sono buone ed utili agli uomini" (Tito 3:8), egli non dice 'sono utili agli uomini di Dio', ma "agli uomini" in generale senza nessuna distinzione. Ma che vanno cianciando codeste guide cieche? Il fatto poi che il Perardi dica che la Scrittura è utile ma non necessaria, è l'ennesima prova di quanto astuti siano i teologi papisti nell'esporre le loro dottrine. Ma allora se la Scrittura non è necessaria perché mai Dio ha voluto che fosse scritta? Ma allora la Scrittura per i teologi romani è solo un aiuto per gli uomini e niente di più! Ma allora ci spieghino come mai Mosè disse al popolo: "Questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita" (Deut. 32:47)! E' chiaro che il loro discorso tende a non fare apparire la Scrittura come l'unica Parola di Dio esistente sulla terra!

Veniamo adesso alle affermazioni del Perardi secondo cui non si impone mai la lettura della Bibbia ma si devono ricordare conservare e tramandare gli insegnamenti appresi oralmente, (e per fare ciò cita i passi che abbiamo visto) che costituiscono la tradizione della chiesa. Le cose non stanno affatto così come dice lui. Innanzi tutto è sbagliato dire che non si impone la lettura della Bibbia, perché è scritto nella legge riguardo al re: "E quando s'insedierà sul suo trono reale, scriverà per suo uso in un libro, una copia di questa legge secondo l'esemplare dei sacerdoti levitici. E terrà il libro presso di sé, e vi leggerà dentro tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere l'Eterno, il suo Dio, a mettere diligentemente in pratica tutte le parole di questa legge e tutte queste prescrizioni, affinché il cuor suo non si elevi al disopra de' suoi fratelli, ed egli non devii da questi comandamenti né a destra né a sinistra, e prolunghi così i suoi giorni nel suo regno, egli coi suoi figliuoli, in mezzo ad Israele" (Deut. 17:18-20). Sempre nella legge è scritto che Mosè, dopo avere scritto in un libro la legge dell'Eterno, la diede ai sacerdoti levitici e diede loro quest'ordine: "Alla fine d'ogni settennio, al tempo dell'anno di remissione, alla festa delle Capanne, quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti all'Eterno, al tuo Dio, nel luogo ch'egli avrà scelto, leggerai questa legge dinanzi a tutto Israele, in guisa ch'egli l'oda" (Deut. 31:10,11). Dio disse a Giosuè: "Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che v'è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai" (Gios. 1:8). Il profeta Isaia dice: "Cercate nel libro dell'Eterno, e leggete" (Is. 34:16). Il profeta Geremia dopo avere scritto per ordine di Dio le parole che Dio gli aveva rivelato, per ordine di Dio disse a Baruc: "Io sono impedito, e non posso entrare nella casa dell'Eterno; perciò, và tu, e leggi dal libro che hai scritto a mia dettatura, le parole dell'Eterno, in presenza del popolo, nella casa dell'Eterno..." (Ger. 36:5,6). L'apostolo Paolo scrisse ai Colossesi: "E quando questa epistola sarà stata letta fra voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi..." (Col. 4:16); e ai Tessalonicesi disse: "Io vi scongiuro per il Signore a far sì che questa epistola sia letta a tutti i fratelli" (1 Tess. 5:27). E Giovanni dice: "Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che sono scritte in essa, poiché il tempo è vicino!" (Ap. 1:3).

Dopo avere citato tutti questi passi che ordinano la lettura (pubblica e privata) della Bibbia per il nostro bene e le parole di Giovanni che affermano che chi la legge è beato, si comprende il perché nella chiesa romana vige una grandissima ignoranza delle Scritture; perché essi trascurano la lettura privata e pubblica della Parola di Dio. A cominciare dal cosiddetto papa, e poi proseguendo con i cardinali, coi vescovi, coi preti, coi frati, colle suore ed infine i semplici membri della chiesa romana tutti giacciono nell'ignoranza della Parola di Dio perché trascurano la lettura della Bibbia. Sì, è vero che oggi la lettura della Bibbia non è più vietata al popolo come una volta; ma rimane il fatto che la sua lettura è pilotata dalla curia romana che sa come renderla inefficace. Nelle Bibbie cattoliche si trovano infatti tante note 'esplicative' che hanno come fine quello di annullare molti e molti versi della Parola di Dio [5] scritti così chiaramente che distruggono le pretese della chiesa romana. Prova eloquente questa che la curia romana nella realtà non ama la Parola di Dio e non vuole che gli uomini la leggano per intenderla rettamente ma solo al fine di ritenere i suoi falsi insegnamenti che menano alla perdizione chi li accetta. Ma allora perché adesso essa permette la lettura della Bibbia al popolo sia pure con note, col pericolo sempre però che qualcuno non si appoggi su di esse per capirla? Se essi adesso permettono la lettura della Bibbia ai loro membri è perché non hanno potuto fare altrimenti dopo la Riforma; sono stati costretti loro malgrado a permetterla per non apparire malvagi. Che figura avrebbero fatto se no i papi davanti alla divulgazione della Bibbia operata dai Protestanti? Ma rimane il fatto che costoro detestano la Bibbia come la detestavano secoli e secoli fa al tempo delle inquisizioni. Sembrerà un controsenso tutto ciò ma è così; questo è il comportamento degli ipocriti. Ma noi vogliamo levare la nostra voce affinché i Cattolici leggano la Parola di Dio e la intendano rettamente affinché possano essere liberati dalle catene di questa religione e pervenire alla conoscenza della verità che è in Cristo Gesù. O Cattolici romani, vi scongiuriamo a leggere la Parola di Dio (senza appoggiarvi sulla spiegazione fuorviante del vostro magistero) perché essa parla della grande salvezza che Cristo Gesù è venuto a dare agli uomini; Egli può salvarvi appieno se voi aprite il vostro cuore all'amore della verità!

Ma veniamo ora ai passi che il Perardi prende per sostenere che la tradizione cattolica romana non è altro che l'insegnamento orale di cui si parla in essi. Ora, cominciamo col fare questa premessa; noi non escludiamo che Gesù o l'apostolo Paolo o altri apostoli, abbiano rivolto degli insegnamenti o detto delle cose che non sono scritte. Mi spiego meglio; noi non sappiamo con precisione quali furono le cose che Gesù disse ai suoi discepoli nei quaranta giorni che precedettero la sua ascensione; sappiamo che Gesù in quei giorni ragionò "delle cose relative al regno di Dio" (Atti 1:3); ma non possiamo dire di più. Anche quando è scritto che Gesù ammaestrava le turbe e basta noi non possiamo dire con certezza assoluta quali fossero i suoi insegnamenti particolari in quelle circostanze (cfr. Matt. 4:23; Luca 4:15; 5:3) (anche se siamo persuasi che egli ripeté più volte gli insegnamenti che sono trascritti). E' detto che Gesù, quando gli fu menata quella donna colta in adulterio, "chinatosi, si mise a scrivere col dito in terra" (Giov. 8:6); ma non sappiamo fino al presente cosa egli abbia scritto. Giovanni dice che "Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri miracoli, che non sono scritti in questo libro" (Giov. 20:30), ed anche che "vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte, le quali se si scrivessero ad una ad una, credo che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero" (Giov. 21:25); e siccome che quando Gesù operava dei miracoli o delle guarigioni spesso proferiva anche delle parole con la sua bocca, bisogna dire che noi non sappiamo quali furono queste parole che Gesù disse quando operò quei miracoli e quelle guarigioni che non sono scritte né da Matteo, né da Marco, né da Luca e né da Giovanni. Diverse volte è scritto che Gesù si ritirava da solo in luoghi deserti e pregava; ma non c'è scritto il contenuto di tutte le preghiere che Gesù rivolse al Padre suo.

Anche per quanto riguarda l'apostolo Paolo bisogna dire che non possiamo dire che nella Bibbia sono scritte tutte le cose che egli predicò, insegnò a voce e per iscritto, e fece; basta ricordare che lui dice ai Corinzi: "V'ho scritto nella mia epistola di non mischiarvi coi fornicatori" (1 Cor. 5:9), e che questa epistola noi non la possediamo; o che dice ai Colossesi di leggere l'epistola "che vi sarà mandata da Laodicea" (Col. 4:16), che noi non possediamo, per intendere come queste due epistole di Paolo non sono parte del Canone perché non sono pervenute a noi. Possiamo aggiungere anche il fatto che lui ai Corinzi dice: "Le altre cose regolerò quando verrò" (1 Cor. 11:34) e noi non sappiamo quali fossero quelle cose e come lui le regolò perché ciò non è scritto. Il fatto che non sappiamo di cosa in particolare egli discorresse ad Efeso con i discepoli nella scuola di Tiranno (cfr. Atti 19:9), o quale fu il suo discorso che egli tenne ai credenti di Troas quella notte in cui Eutico cadde dal terzo piano (Atti 20:7-11). Ma di questi esempi ne potremmo fare molti altri.

Ma questo discorso da noi fatto esclude nella maniera più assoluta che Gesù o gli apostoli abbiano trasmesso a voce degli insegnamenti errati quali quelli che ha la chiesa romana. Mi spiego; anche se non sta scritto di cosa in specifico Gesù parlò ai suoi durante i quaranta giorni, o alle turbe quando è solo scritto che egli le ammaestrava, è da escludersi che Gesù abbia trasmesso ai suoi discepoli o alle turbe il battesimo e la cena del Signore come la curia romana li insegna al popolo, e gli altri cinque sacramenti insegnati dalla curia romana, o la dottrina sul purgatorio, o quella di doversi rivolgere in preghiera agli angeli o a Maria sua madre o agli apostoli quando sarebbero morti, o quella del celibato forzoso per i ministri del Vangelo e così via; perché? Perché non sono verità! Anche per quanto riguarda Paolo non si può dire che in quelle cose che egli trasmise a voce ai fedeli di Tessalonica o di qualche altra città, o a Timoteo, ci fossero il purgatorio, le indulgenze, la transustanziazione, la Via Crucis, il culto a Maria, ai santi, agli angeli, e tante altre cose. Perché? Sempre per la stessa ragione: perché esse non sono verità che procedono da Dio, ma menzogne che procedono dal diavolo. Gesù non si è mai contraddetto, Paolo, Pietro e gli altri apostoli non si sono mai contraddetti da loro, né tra di loro, e non hanno mai contraddetto gli insegnamenti di Gesù; i loro insegnamenti formano un tutt'uno ben compatto. Quindi tutte quelle dottrine che vengono attribuite o a Gesù o agli apostoli, ma che contraddicono gli insegnamenti di Gesù stesso e degli apostoli vanno rigettati senza esitazione perché imposture. Il modo di parlare della curia romana attorno alla tradizione, cioè le loro parole che attribuiscono la loro tradizione agli apostoli, è molto simile a quello di taluni falsi dottori che sorsero in mezzo al popolo di Dio dopo la morte degli apostoli (vale a dire nei primi secoli dopo Cristo), i quali per sostenere le loro eresie di perdizione si attaccavano alla tradizione apostolica dicendo che benché le loro dottrine non erano nella Bibbia essi le avevano ricevute per tradizione da taluni che erano stati in contatto con gli apostoli di Cristo. Non c'è dunque nulla di nuovo sotto il sole; i fatti dimostrano che la chiesa romana, non potendo dimostrare le sue dottrine non bibliche con le Scritture perché queste le condannano o non ne fanno menzione, ricorre al vecchio inganno cioè a dire di avere ricevuto queste sue dottrine non direttamente dagli apostoli ma indirettamente da loro. E per sostenere l'autenticità delle sue eresie cita le stesse parole di Gesù che usavano i falsi dottori nei primi secoli dopo Cristo, ossia: "Molte cose ho ancora da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità... vi annunzierà le cose a venire" (Giov. 16:12,13). Volendo con questo dire che Gesù non aveva detto tutto agli apostoli, infatti aveva loro promesso che per mezzo dello Spirito gli avrebbe rivelato altre cose, tra cui appunto ci sono le sue tradizioni. Ma noi confutiamo questa loro asserzione dicendo questo: sì, è vero che lo Spirito della verità avrebbe rivelato agli apostoli altre cose; ed in verità lo ha fatto e per rendersi conto di questo basta leggere le epistole degli apostoli: ma essi dimenticano che lo Spirito è la verità, e che avrebbe detto ciò che avrebbe udito da Gesù infatti avrebbe preso del suo e glielo avrebbe annunziato (cfr. Giov. 16:14,15). Mentre le cose che essi dicono non possono essere state rivelate dallo Spirito della verità, perché sono menzogne che procedono dal diavolo. L'avversario contrasta la verità, lui contraddice ciò che è scritto; lui ha comunicato ai teologi Cattolici romani le eresie che hanno spacciato per Parola di Dio.

Alla curia romana che contrasta la verità come fecero Jannè e Jambrè sono rivolte queste parole da parte dello Spirito: "Gente di collo duro e incirconcisa di cuore e d'orecchi, voi contrastate sempre allo Spirito Santo; come fecero i padri vostri, così fate anche voi" (Atti 7:51); ed anche queste: 'O pieni d'ogni frode e d'ogni furberia, figliuoli del diavolo, nemici d'ogni giustizia, non cesserete di pervertire le diritte vie del Signore?'

A voi uomini e donne che siete trascinati dietro all'arida e micidiale tradizione cattolica romana che mena alla perdizione viene detto: "Non camminate secondo i precetti de' vostri padri, non osservate le loro prescrizioni, e non vi contaminate mediante i loro idoli" (Ezec. 20:18); non andate a Lourdes, non salite a Fatima, non vi recate a Loreto perché di certo questi viaggi non vi menano alla salvezza, questi luoghi saranno colpiti dal furore di Dio e distrutti; "cercate il Signore, e voi viverete" (Amos 5:6 Diod.), circoncidete i vostri cuori affinché il furore di Dio non vi consumi a motivo della vostra idolatria. Vi scongiuriamo o uomini ad uscire da questa organizzazione nella quale siete rinchiusi affinché non siate partecipi dei suoi peccati e non abbiate parte alle sue piaghe. Oggi, se udite la sua voce non indurate i vostri cuori!

Quello che hanno detto alcuni cosiddetti padri della chiesa su ciò che non è espressamente scritto

Come abbiamo visto gli scritti di quelli che la chiesa cattolica romana chiama padri della chiesa sono parte della sua tradizione. Essi sono così altamente considerati che il concilio di Trento nella sua quarta sessione ha dichiarato che nessuno deve osare di interpretare la Scrittura 'contro l'unanime consenso dei padri'. Ora, siccome che la chiesa romana afferma che la verità non è contenuta solo nella Bibbia ma anche nella tradizione, e siccome che noi sappiamo che la tradizione cattolica romana non è sostenuta dalla Scrittura, vogliamo vedere quello che alcuni di questi antichi scrittori che essa chiama padri della Chiesa e che tiene in grandissima stima hanno detto doversi fare a proposito di ciò che non può essere confermato dalla Scrittura o che non fa parte della Scrittura e contraddice la Scrittura.

Ÿ Basilio (330-379) disse: 'Rigettare alcuna cosa che si trova nelle Scritture, o ricevere alcune cose che non sono scritte, è un segno evidente d'infedeltà, è un atto di orgoglio... il fedele deve credere con pienezza di spirito tutte le cose che sono nelle Scritture senza togliere o aggiungere nulla' (Basilio, Lib. de Fid. -- regul. moral. reg. 80; citato da Luigi Desanctis in La tradizione, terza ed. Firenze 1868, pag. 19);

Ÿ Ambrogio (340 ca. -397) disse: 'Chi ardirà parlare quando la Scrittura tace?... Noi nulla dobbiamo aggiungere al comando di Dio; se voi aggiungete o togliete alcuna cosa siete rei di prevaricazione' (Ambrogio, Lib. II de vocat. Gent. cap. 3 et lib. de parad. cap. 2; citato da Luigi Desanctis in op. cit., pag. 19).

Ÿ Girolamo (347 ca. - 419-20 ca.) disse: 'Se voi volete chiarire le cose in dubbio, andate alla legge e alla testimonianza della Scrittura; fuori di lì siete nella notte dell'errore. Noi ammettiamo tutto ciò che è scritto, rigettiamo tutto ciò che non lo è. Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione apostolica senza l'autorità della Scrittura sono colpite dalla spada di Dio' (Girolamo, In Isaiam, VII; In Agg., I; citato da Roberto Nisbet in op. cit., pag. 28).

Ÿ Cipriano (200 ca. - 258) disse: 'Che orgoglio e che presunzione è l'uguagliare delle tradizioni umane alle ordinanze divine...!' (Cipriano, Epist. 71; citato da Teofilo Gay in Arsenale antipapale, Firenze 1882, pag. 204-205);

Ÿ Giustino Martire (morto nel 165 ca.) disse: 'Non abbiamo alcun comandamento di Cristo che ci faccia obbligo di credere alle tradizioni e alle dottrine umane, ma soltanto a quelle che i beati profeti hanno promulgate e che Cristo stesso ha insegnate, ed io ho cura di riferire ogni cosa alle Scritture e chiedere ad esse i miei argomenti e le mie dimostrazioni' (Giustino Martire, Dialogo con Trifone)

Ÿ Tertulliano (160 ca. - 220 ca.) disse: 'Ci mostri la scuola di Ermogene che ciò ch'essa insegna sta scritto: se non è scritto, tremi in vista dell'anatema fulminato contro coloro che aggiungono alla Scrittura, o ne tolgono alcuna cosa' (Tertulliano, Contro Ermogene, cap. 22).

Ora, leggendo tutte queste dichiarazioni si deduce che gli stessi scrittori che la chiesa romana prende per sostenere alcune delle sue false dottrine (perché in effetti i sopra citati scrittori hanno insegnato anche delle dottrine false, contraddicendosi) erano contro quelle dottrine e pratiche che non potevano essere dimostrate con le Scritture e che venivano fatte passare per tradizione apostolica (ribadiamo però con forza che sempre costoro si sono contraddetti accettando e insegnando dottrine che non sono provabili con la Scrittura e vanno apertamente contro di essa, e questo lo dimostreremo più tardi). Quindi, la chiesa cattolica romana non si attiene neppure essa in tutto e per tutto a quello che hanno detto i suoi padri perché non rigetta tutto ciò che non è scritto nelle sacre Scritture come suggeriscono (contraddicendosi però nella pratica) di fare questi suoi padri. Essa, per l'ennesima volta si contraddice (come hanno fatto i suoi padri) perché da un lato dice che bisogna interpretare le Scritture per mezzo dei padri e poi che bisogna accettare le tradizioni nella stessa maniera in cui si accetta la Scrittura (il concilio Vaticano II ha dichiarato infatti che la Scrittura e la tradizione 'devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e rispetto' [Concilio Vaticano II, Sess. VIII, cap. II]) il che va apertamente contro il consenso di questi suoi padri. Come mai dunque la chiesa romana parla ed agisce in questa maniera contraddittoria? La ragione è perché essa non vuole assolutamente rigettare e rinnegare la sua tradizione. Rigettarla infatti significherebbe dovere rinunziare al potere temporale e ad una inesauribile sorgente di denaro.

La chiesa romana rigetta l'insegnamento del millennio dei suoi cosiddetti padri

Secondo la Scrittura Gesù Cristo quando tornerà sulla terra instaurerà un regno millenario difatti Giovanni dice: "E vidi le anime di quelli che erano stati decollati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non aveano adorata la bestia né la sua immagine, e non aveano preso il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano; ed essi tornarono in vita, e regnarono con Cristo mille anni. Il rimanente dei morti non tornò in vita prima che fosser compiti i mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su loro non ha potestà la morte seconda ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni" (Ap. 20:4-6). Questa dottrina fu creduta e proclamata da alcuni di questi cosiddetti padri della chiesa, come per esempio Papia, Ireneo, Tertulliano, Giustino martire, Lattanzio, Melitone e Metodio (Agostino prima l'accettò e poi la rigettò).

Ma la chiesa romana la rigetta perché la considera una eresia; si legge infatti nell'Enciclopedia Cattolica alla voce millenarismo: 'Errore escatologico, secondo cui Gesù Cristo deve regnare visibilmente mille anni su questa terra, alla fine del mondo' (Enciclopedia Cattolica, vol. 8, 1008-1009). Così dicendo essa va contro quegli stessi scrittori che essa considera i padri della chiesa. Così facendo contraddice i suoi padri e si contraddice da se stessa. Questo sta a dimostrare che se la curia romana decide di rigettare qualcosa di giusto che ha detto Ireneo o Lattanzio o Giustino Martire o Tertulliano, ella lo fa con la stessa disinvoltura con la quale accetta le loro false dottrine senza curarsi di apparire contraddittoria. A questo punto è lecito domandarsi: come fanno essi a dichiarare che le Scritture si devono interpretare secondo il consenso dei padri e poi ella stessa rigetta apertamente delle loro giuste interpretazioni date a riguardo delle parole di Giovanni nell'Apocalisse a riguardo del millennio (qui mi riferisco all'interpretazione di un regno millenario visibile, e non a loro convinzioni fantasiose a proposito del millennio)? La risposta è che essa della sua cosiddetta venerabile e autorevole tradizione ritiene quello che gli fa comodo (di Papia per esempio accetta che Pietro è venuto a Roma ma non il millennio) ma rigetta quello che gli si rivolta contro. E' assurdo dunque sentirle dire che la tradizione è anch'essa Parola di Dio e lei stessa mostra in alcuni casi di non tenerla per nulla in considerazione. Come fa essa dunque a dire ai Cattolici di venerare una tradizione che lei stessa sprezza quando vuole? E come fanno i Cattolici a fidarsi di una tradizione che non solo si contraddice con se stessa ma è contraddetta dall'attuale chiesa cattolica romana? Perché dunque i Cattolici dovrebbero accettare la tradizione quando le loro stesse guide dimostrano di rigettarne una parte?

O Cattolici romani, è ora che riflettiate su questo modo di agire delle vostre guide cieche; è ora che rientrate in voi stessi e che rigettiate in blocco questa tradizione che annulla la Parola di Dio ma che vi viene fatta passare per infallibile Parola di Dio.

Casi in cui i cosiddetti padri vanno contro la tradizione cattolica romana

Vediamo adesso di vedere come dei cosiddetti padri erano contro alcune delle dottrine che oggi sono parte della tradizione romana.

Ÿ Ireneo (150 ca.- 200 ca.) riprovò il culto delle immagini infatti affermò che i primi ad introdurre nella Chiesa il culto delle immagini furono gli Gnostici: 'Si denominano gnostici ed hanno alcune immagini dipinte, altre fabbricate anche con altro materiale, dicendo che sono l'immagine di Cristo fatta da Pilato nel tempo in cui Gesù era con gli uomini. E le incoronano e le espongono con le immagini dei filosofi del mondo, cioè con l'immagine di Pitagora, di Platone, di Aristotele e degli altri, e riservano ad esse tutti gli altri onori, proprio come i pagani' (Ireneo, Contro le eresie, Lib. I, cap. 25,6).

Ÿ Atenagora (II sec.) era contro l'offrire incenso a Dio: 'L'artefice e il padre di questo universo non ha bisogno né di sangue, né di grasso, né di profumo di fiori o di aromi..' (Atenagora, Supplica per i cristiani, Alba 1978, pag. 62).

Ÿ Tertulliano (160 ca. - 220 ca.) era contro il primato del vescovo di Roma sostenuto dalla chiesa romana, infatti scrivendo al vescovo di Roma che si era appellato al "Tu sei Pietro" per sostenere la propria autorità dice: 'Chi sei tu che (in tal modo) sovverti e deformi l'intenzione manifesta del Signore, che conferiva tale potere personalmente a Pietro?' (Tertulliano, De pudicitia 21); Tertulliano era contro la perpetua verginità di Maria infatti egli sosteneva che Maria non rimase vergine dopo avere partorito Gesù [6]. E sempre Tertulliano era contrario alla dottrina della transustanziazione infatti affermò: 'Dopo avere dichiarato, dunque, di desiderare di fare la cena di Pasqua in quanto Gli apparteneva, - ché sarebbe stato indegno se Dio avesse desiderato qualcosa che non gli apparteneva - prese il pane e lo distribuì ai suoi discepoli e fece di esso, il suo corpo, dicendo: 'Questo è il mio corpo', cioè 'la forma del mio corpo'. Ma non sarebbe potuto essere la forma del corpo, se non ci fosse stato il corpo di realtà. Del resto, una cosa vuota, cioè un fantasma, non avrebbe potuto ammettere una raffigurazione. O se Cristo si raffigurò il corpo nel pane per questo motivo, che mancava della realtà del corpo, allora avrebbe dovuto dare il pane per noi' (Tertulliano, Contro Marcione IV, 40). Tertulliano era pure contro l'uso dell'incenso nel culto: 'La nostra offerta non consiste già in grani di incenso di poco prezzo, in lacrime di pianta arabica...' (Tertulliano, Apologetico, Bologna 1980, pag. 123); e contro il farsi le statue e le immagini: 'Il diavolo ha introdotto nel mondo gli artisti che fanno le statue e le immagini e tutte le altre rappresentazioni (...) dicendo Dio: tu non farai alcuna somiglianza delle cose che sono sul cielo né sulla terra né nel mare, ha proibito ai suoi servi in tutto il mondo di abbandonarsi all'esercizio di coteste arti' (Tertulliano, Sull'idolatria, libro 3, IV). Egli era anche contro il battesimo dei neonati: 'Per questo, pur tenendo conto delle situazioni, delle disposizioni e anche dell'età di ogni persona, rimandare il battesimo presenta maggiori utilità, soprattutto quando si ha a che fare con bambini. Se non ci sono casi proprio gravi, che necessità c'è di mettere anche i padrini nel rischio di non poter neppure mantenere, in caso di morte, le promesse che hanno fatto o di trovarsi frustrati se quei bambini crescono poi con cattive tendenze? Certamente il Signore ha detto: Non impedite ai bambini di venire a me (Mt 19,14). Vengano pure, ma quando saranno più grandi e potranno essere istruiti, vengano pure quando potranno sapere dove vanno; diventino pure cristiani, quando saranno in grado di conoscere Cristo! Perché mai bambini innocenti dovrebbero aver tanta fretta di ricevere il perdono dei peccati? Per gli affari della nostra vita ordinaria nel mondo ci comportiamo con prudenza assai più guardinga; ad un bambino nessuno affida l'amministrazione di beni terreni, perché allora affidargli la responsabilità di beni divini? Imparino pure anche loro a chiedere la salvezza perché si veda con chiarezza che tu la salvezza la dai a chi la chiede!' (Tertulliano, Il battesimo, Roma 1979, pag. 162-163).

Ÿ Origene (185 ca. - 254) era contro il primato di Pietro: 'Se tu immagini che solo su Pietro sia stata fondata la Chiesa che cosa potresti tu dire di Giovanni, il figlio del tuono, o di qualsiasi altro apostolo? Chiunque fa sua la confessione di Pietro può essere chiamato un Pietro' (Origene, Commento a Matteo 12: 10-11: citato da Fausto Salvoni in Da Pietro al papato, pag. 92).

Ÿ Cipriano (200 ca. - 258) era contrario ad attribuire il primato a Pietro a motivo delle parole che gli rivolse Gesù infatti scrisse: 'Gesù parlò a Pietro, non perché gli attribuisse una autorità speciale, ma solo perché rivelandosi ad uno solo fosse visibile il fatto che la chiesa dev'essere tutta unita nella fede di Cristo. Pietro è solo il 'simbolo', il 'tipo' di tutti gli apostoli e di tutti i vescovi' (Cipriano, De catholica ecclesiae unitate c. 4-5; citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 93) [7].

Ÿ Eusebio (260 ca. - 340) era contro l'immacolata concezione di Maria infatti disse: 'Niuno è esente dalla macchia del peccato originale, neanche la madre del Redentore del mondo. Gesù solo è esente dalla legge del peccato, benché nato da una donna sottoposta al peccato' (Eusebio, Emiss. in Orat. II de Nativ.; citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 129).

Ÿ Ambrogio (340 ca. -397) di Milano era contrario al primato di Pietro infatti disse: 'Pietro... ottenne un primato, ma un primato di confessione e non d'onore, un primato di fede e non di ordine' ('Petrus... primatum egit, primatum confessionis utique non honoris, primatum fidei non ordinis'. Ambrogio, De incarnationis dominicae sacramento IV; citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 96). Ambrogio era anche contro l'immacolata concezione di Maria infatti affermò: 'Gesù è il solo che i lacci del peccato non abbiano avvinto; niuna creatura concepita per l'accoppiamento dell'uomo e della donna, è stata esente dal peccato originale; ne è stato esente Colui solo il quale è stato concepito, senza quell'accoppiamento, da una Vergine per opera dello Spirito Santo' (Ambrogio, In Psalm. 118; citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 129).

Ÿ Lattanzio (sec. III-IV) era contro le statue e le immagini: 'Quindi non c'è dubbio che dovunque c'è una statua o un immagine non c'è religione. Perché se la religione consiste di cose divine, e se non c'è niente di divino eccetto che in cose che sono celesti, le immagini mancano di religione, dato che non ci può essere niente di celeste in quello che è fatto di terra' (Lactantius, The Divine Institutes [Istituzioni divine], Washington 1964, Lib. II, cap. 18, pag. 162).

Ÿ Epifanio (nato dopo il 310 e morto nel 403), vescovo di Cipro, era contro le immagini infatti nella sua lettera al vescovo Giovanni afferma: 'Io vi trovo un velo sospeso alle porte di questa medesima chiesa, il quale era colorato e dipinto, esso aveva un'immagine, l'immagine di Cristo può essere o di qualche santo; io non ricordo più chi essa rappresentasse. Io dunque avendo veduto questo sacrilegio; che in una chiesa del Cristo, contro l'autorità delle Scritture, l'immagine di un uomo era sospesa, lacerai quel velo' (Jerome, Lettres, Paris 1951, pag. 171). Ed egli era anche contro il culto a Maria infatti, nel confutare la setta delle Colliridiane che aveva cominciato a offrire un culto a Maria, egli scrisse: 'Non si deve onorare i Santi oltre il loro merito, ché Iddio è Colui cui dobbiamo servire. La Vergine non è stata proposta alla nostra adorazione, poiché ha adorato ella stessa Colui il quale secondo la carne nacque da essa. Nessuno dunque adori Maria. A Dio solo, Padre, Figlio e Spirito Santo, appartiene questo mistero, e non a qualsiasi uomo o donna. Laonde, cessino certe donnicciuole dal turbare la Chiesa, smettano dal dire: Noi onoriamo la Regina del cielo', perciocché con questi discorsi e coll'offrirle le loro focacce, adempiono ciò che è stato preannunziato: 'Alcuni apostateranno dalla fede, dandosi in braccio a spiriti seduttori e alle dottrine dei demoni'. No, quest'errore del popolo antico non prevarrà su noi, per farci scostare dal Dio vivente ed adorare le creature' (Epiph. lib. III, Comment. II, tom. 2, Haeres 79: citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 136).

Ÿ Giovanni Crisostomo (344-407) affermò: 'S. Paolo ha scritto per turare la bocca agli eretici che condannano il matrimonio, e per mostrare che il matrimonio non solo è cosa innocente, ma eziandio è così onorevole che con esso si può diventare vescovo' (Crisostomo, Hom. II, in Ep. Tit. cap. II; citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 52); quindi Crisostomo era contrario al vietare il matrimonio ai vescovi. Crisostomo era anche contrario alla confessione auricolare infatti nella nona Omelia della penitenza, commentando le parole di Davide: "Io ho peccato contro te, contro te solo" (Sal. 51:4), disse: 'A Dio solo dunque manifesta il tuo peccato e quello ti sarà perdonato' e nell'Omelia 20 sulla Genesi scrisse: 'Se Lamec non isdegnò di confessare i propri peccati alle sue mogli, come saremo noi degni di perdono, se non vorremo confessarli a Colui che conosce i delitti nostri i più occulti?'. E sempre Crisostomo era contro la transustanziazione infatti scrisse: 'Prima della consacrazione lo chiamiamo pane, ma poi... perde il nome di pane e diventa degno che lo si chiami il Corpo del Signore, sebbene la natura del pane continui tale in esso' (Crisostomo, Epistola a Cesario: citato da Roberto Nisbet in op. cit., pag. 79). Infine Crisostomo era contro il primato di giurisdizione di Pietro: 'Ebbe perciò Pietro un primato? Sì! poiché fu il primo a confessare il Cristo, divenne anche il primo apostolo all'inizio della Chiesa' (Crisostomo, Or. 8,3 Adv. Jud.; citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 95).

Ÿ Agostino (354-430) non riteneva affatto per cosa certa che Pietro fosse la pietra sulla quale è stata edificata la Chiesa di Cristo come invece asserisce la chiesa papista. Egli ebbe infatti a dire: 'In un certo luogo del libro, parlando dell'Apostolo Pietro, dissi che la Chiesa è basata in lui come sulla pietra, come è cantato anche da molti, nei versi del beatissimo Ambrogio, dove dice del gallo: Con il canto di questo la stessa pietra della Chiesa pianse la sua colpa. Ma in seguito però ho esposto spessissimo le parole dette dal Signore: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; come se per, sopra questa, si dovesse intendere quello che Pietro ha affermato quando ha esclamato: Tu sei il figlio di Dio vivo; e che Pietro ha preso nome da questa pietra, perché raffigura la persona della Chiesa edificata sopra questa pietra, ed ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli. Non gli è stato detto infatti: Tu sei pietra, ma Tu sei Pietro; pietra era il Cristo, e Simone che lo aveva riconosciuto come lo riconosce tutta la Chiesa, fu detto appunto Pietro. Il lettore scelga qual'è la più probabile delle due sentenze' (Agostino, I due libri delle ritrattazioni, Firenze 1949, Libro primo, cap. XXI, pag. 117-118). Come si può bene vedere Agostino prima aveva asserito che la pietra era l'apostolo Pietro e poi aveva cambiato opinione dicendo che la pietra era la confessione fatta da Pietro, e lascia al lettore di scegliere tra le due interpretazioni da lui suggerite. Agostino era contro la transustanziazione: parafrasando le parole di Gesù affermò: 'Comprendete in senso spirituale quello che vi dissi: Non mangerete questo corpo che vedete, e non berrete questo sangue che sarà sparso da quelli che mi crocifiggeranno. Vi ho raccomandato un sacramento che vi darà la vita, se lo intendete spiritualmente, e quand'anche sia necessario celebrarlo in modo visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente' (Agostino, Enarrationes in Psalmos 98, 9: citato da Roberto Nisbet in op. cit., pag. 79). Agostino era anche contro il permettere un nuovo matrimonio al marito o alla moglie mentre ambedue erano ancora vivi perché per lui il vincolo matrimoniale si spezzava solo con la morte di uno dei due. Egli scrisse: '... alla donna non è permesso di sposare un'altr'uomo finché è vivo il marito dal quale si separò,...' (Agostino, Il sermone del Monte, Firenze 1928, cap. XIV; pag. 48), ed ancora: '...l'uomo è legato finché la moglie è nella vita corporale (...) se una donna si separa da un adultero, non si unisca a un altro: infatti resta legata al marito, finché egli vive, e non si libera dalla legge del marito se non quando egli è morto; allora non diventa adultera, se si lega con un altro' (Agostino, I Connubi adulterini, 2, 5). Per cui lui, anche nel caso uno dei due coniugi diventava un cristiano e l'infedele lasciava il fedele a motivo della sua fede, non permetteva che il cristiano passasse a nuove nozze. '..il risposarsi dopo avere lasciato il proprio coniuge, non è lecito, né all'uomo né alla donna, neppure per qualsivoglia forma di fornicazione, sia della carne, sia dello spirito, e in quest'ultima bisogna intendere anche la mancanza di fede. Infatti il Signore senza fare nessuna eccezione dice: Se la moglie lascia il proprio marito e ne prende un altro, è adultera, e: Ogni uomo che ripudia la propria moglie e ne prende un'altra, è adultero' (Agostino, I Connubi adulterini, 1, 31). La chiesa cattolica romana lo contraddice apertamente perché, come abbiamo visto, il suo capo ritiene di poterlo sciogliere e dare l'autorizzazione per un nuovo matrimonio in diversi casi, tra cui c'è anche quello del privilegio della fede (chiamato erratamente privilegio paolino) [8].

Ÿ Gelasio I (fu papa dal 492 al 496), che è annoverato anche tra i papi, affermò contro i Manichei che è sbagliato comunicarsi sotto una sola specie: 'Abbiamo scoperto che alcuni prendono solamente il sacro corpo e si astengono dal sangue sacrato, bisogna che costoro o ricevano ambedue le parti o sien privi di ambedue, poiché la divisione d'un solo e medesimo sacramento non può farsi senza un gran sacrilegio' (citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 39). Quindi la dottrina che priva i laici del calice, dottrina che fu promulgata dal concilio di Costanza nel 1415, era considerata da Gelasio un sacrilegio. Sempre Gelasio non accettava la transustanziazione infatti scrisse: 'Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo è veramente cosa divina; ma il pane e il vino vi rimangono nella loro sostanza e natura di pane e vino' (Gelasio, Delle due nature).

Ÿ Gregorio di Nissa (335 ca. - 394 ca.) denunciò con forza, in una delle sue epistole, la vanità e follia dei pellegrinaggi ai luoghi santi (Gregorio di Nissa, Epist. II, De euntibus Hieros, Opera, III, 1010, ed. Migne).

Ÿ Girolamo (347 ca. - 419-20 ca.) non reputava il pellegrinaggio a Gerusalemme un atto meritevole: in una sua lettera a Paolino afferma infatti: 'Non è un titolo di onore il fatto di essere stati a Gerusalemme (...) I credenti vengono apprezzati, personalmente, non in base al diverso posto in cui risiedono, ma in base al merito della loro fede. I veri adoratori non adorano il Padre né a Gerusalemme né sul monte Garizim, perché Dio è Spirito, ed è necessario che i suoi adoratori lo adorino in spirito e verità' (Girolamo, Le lettere, Roma 1962, vol. 2, Lettera a Paolino, pag. 94,95).

Ÿ Arnobio (vissuto nel IV secolo) era contro l'offrire incenso: 'Rimane da dire qualcosa, senza troppe lungaggini, dell'incenso e del vino che sono unti e fanno parte delle cerimonie e vengono molto usati per il culto. Innanzi tutto, proprio riguardo all'incenso, vi domandiamo donde e in che tempo avete potuto conoscerlo per ritenere a ragione che si deve offrirlo agli dèi e che riesce molto gradito ai loro gusti' (Arnobio, I sette libri contro i pagani, Torino 1962, Lib. VII, 26, pag. 227).

Ÿ Leone I (fu papa dal 440 al 461) era contro l'immacolata concezione di Maria: 'Cristo solo tra gli uomini è stato innocente, perché Egli solo è stato concepito senza la sozzura e la cupidigia carnale' (Citato da Teofilo Gay in op. cit., pag. 130).

Ÿ Gregorio Magno (fu papa dal 590 al 604) non accettava come canonico il libro dei Maccabei infatti, citando un passo dei Maccabei, avverte ch'egli cita 'un libro non canonico, ma scritto solamente per la edificazione dei fedeli'. Egli era anche contro l'assunzione del titolo di vescovo universale da parte di un qualsiasi vescovo infatti affermò: 'Colui che vuol farsi chiamare pontefice universale diventa per il suo orgoglio il precursore dell'anticristo; nessun cristiano deve prendere questo nome di bestemmia...' (Greg. Ep. Lib. VI, 80: citato da Puaux in Anatomia del papismo, Firenze 1872, pag. 65); e scrivendo a Giovanni, patriarca di Costantinopoli, che si era proclamato vescovo universale, gli disse: '..che dirai tu Giovanni a Cristo che è capo della Chiesa universale nel rendimento dei conti il giorno del giudizio finale? Tu che ti sforzi di preporti a tutti i tuoi fratelli vescovi della Chiesa universale e che con un titolo superbo vuoi porti sotto i piedi il loro nome in paragone del tuo? Che vai tu facendo con ciò, se non ripetere con Satana: Ascenderò al cielo ed esalterò il mio trono al di sopra degli astri del cielo di Dio? Vostra fraternità mentre disprezza (gli altri vescovi) e fa ogni possibile sforzo per assoggettarseli, non fa che ripetere quanto già disse il vecchio nemico: Mi innalzerò al di sopra delle nubi più eccelse (...) Possa dunque tua Santità riconoscere quanto sia grande il tuo orgoglio pretendendo un titolo che nessun altro uomo veramente pio si è giammai arrogato' (Gregorio, Epistolarum V, Ep. 18, PL 77, pag. 739-740; citato da Fausto Salvoni in op. cit., pag. 330).

Ÿ Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458), era contro la transustanziazione infatti affermò: 'I simboli mistici (il pane e il vino) non abbandonano la loro natura dopo la consacrazione, ma conservano la sostanza e la forma in tutto come prima' (Teodoreto, Dialogus, Liber II; citato da Roberto Nisbet in op. cit., pag. 79).

Ÿ Vigilio (fu papa dal 537 al 555), era contro la transustanziazione infatti affermò: 'Quando la carne di Gesù Cristo era sulla terra, essa certamente non era nel Cielo; ed ora ch'essa è nel Cielo, non è sicuramente sulla terra' (Vigilio, Contro Eutich. Lib. IV: citato da Luigi Desanctis in La tradizione, pag. 55).

Ecco dunque le prove che questi cosiddetti padri sopra citati erano contrari ad alcune delle dottrine che la chiesa cattolica romana insegna oggi. Qualcuno domanderà allora: Ma allora quale è il criterio che usa la chiesa cattolica romana nell'accettare alcune tradizioni e nel rigettarne altre dei suoi cosiddetti padri? Come fa dunque a definire tradizioni apostoliche delle cose a cui erano contrari persino dei suoi cosiddetti padri? Come mai in questi casi non considera autorevoli questi suoi padri come invece fa in altri casi? Le risposte si possono riassumere in questa frase: quando i cosiddetti padri affermano delle cose gradite alla chiesa romana allora sono degni di fiducia ma quando si discostano dalla sua linea e gli vanno apertamente contro allora non devono essere ascoltati ma rigettati. In questi casi occorre dire che la chiesa romana talvolta cerca di nascondere queste contraddizioni dei suoi padri, e altre volte invece dà loro delle spiegazioni strane, adducendo altri loro passi in cui sembra che dicessero un'altra cosa. Questo si può ben constatare leggendo i loro libri di controversia. E' per questo che quando si devono confutare le eresie della chiesa cattolica romana non è affatto consigliabile citare contro di loro i loro stessi padri perché essi a loro volta prendono - in alcuni casi - altri loro passi in cui fanno vedere che essi non volevano dire quello che hanno detto. E bisogna dire che talvolta si deve davvero riconoscere che questi loro padri erano ambigui nel parlare. La Scrittura, solo la Scrittura si prenda per distruggere i loro vani ragionamenti; perché essa non è ambigua, non si contraddice su nessun punto, e non può essere da loro presa a sostegno delle sue eresie.

Per concludere questa parte diciamo questo: una delle fonti da cui la chiesa romana ha attinto la sua tradizione, vale a dire i suoi cosiddetti padri, non può da essa essere citata in tutto e per tutto a sostegno di tutte le sue dottrine perché taluni di loro erano nettamente contrari ad alcune di esse. Perciò quando si sente dire alla chiesa romana che la sua tradizione si fonda sui padri non bisogna pensare affatto che tutti quegli scrittori erano d'accordo con tutto quello che essa oggi dice a riguardo di Maria, dell'eucarestia, del battesimo, del purgatorio, del primato di Pietro, del primato del vescovo di Roma, della confessione, delle preghiere per i morti, del culto delle immagini e di tante altre cose, perché in effetti su diverse di queste dottrine alcuni di loro parlarono rettamente confutandole e non sono affatto da riprendere ma piuttosto da imitare.

Casi in cui i cosiddetti padri hanno insegnato dottrine false non accettate dalla chiesa cattolica romana oggi

Abbiamo più volte accennato al fatto che i cosiddetti padri della chiesa insegnarono anche delle dottrine false. Questi esempi lo confermano:

Ÿ Ireneo insegnava che i santi non vanno subito in cielo appena morti perché vi entreranno solo dopo la risurrezione: 'Poiché il Signore 'se n'è andato in mezzo all'ombra della morte', dove erano le anime dei morti, poi è risorto corporalmente e dopo la risurrezione è stato elevato al cielo, è chiaro che anche le anime dei suoi discepoli, per i quali il Signore ha fatto queste cose, andranno nella regione invisibile, assegnata loro da Dio, e lì dimoreranno fino alla risurrezione, aspettando la risurrezione; poi riprenderanno i loro corpi e risusciteranno integralmente, cioè corporalmente, come risuscitò il Signore, e così andranno al cospetto di Dio. (...) Come dunque il nostro Maestro non se n'è andato appena si fu allontanato dal corpo, ma fu elevato al cielo dopo avere atteso il tempo della sua risurrezione stabilito dal Padre, il tempo indicato precedentemente per mezzo di Giona, ed essere risuscitato dopo tre giorni, così anche noi dobbiamo attendere il tempo della nostra risurrezione stabilito da Dio e preannunziato dai Profeti per poi risuscitare ed essere elevati al cielo, quelli che il Signore giudicherà degni di questo' (Ireneo, Contro le eresie, Lib. V, 31,2). La chiesa cattolica non accetta questa dottrina di Ireneo, perché per essa in cielo ci vanno subito (cioè senza passare dal purgatorio) coloro che sono puri di ogni colpa, che non hanno nessuna pena temporanea da scontare in purgatorio; e dopo un certo tempo quelle anime che sono andate a purificarsi in purgatorio, e perciò ambedue le categorie di anime, per essa, ci vanno prima della risurrezione corporale..

Ÿ Giovanni Damasceno (VII - VIII sec.) annoverava i cosiddetti Canoni apostolici (una collezione di 85 canoni, la maggior parte di essi disciplinari e presi da locali concili Orientali del quarto secolo) tra i libri ispirati del Nuovo Testamento (cfr. John of Damascus, Writings - Orthodox Faith, Lib. IV, cap. 17, New York 1958, pag. 376).

Ÿ Origene affermò la preesistenza delle anime cioè che l'anima dell'uomo non è stata creata assieme al corpo ma prima del corpo e poi è stata inserita nel corpo dall'esterno. Egli quindi sosteneva che gli uomini sulla terra venivano premiati o puniti da Dio in base a dei loro meriti o demeriti della loro precedente vita. Nei Principi affermò a riguardo di Giacobbe ed Esaù: 'Allora, dopo avere esaminato più a fondo le scritture riguardo a Giacobbe ed Esaù, troviamo che non dipende da ingiustizia di Dio che prima di essere nati e di avere fatto alcunché di bene o di male - cioè in questa vita -, sia stato detto che il maggiore avrebbe servito al minore; e troviamo che non è ingiusto che nel ventre della madre Giacobbe abbia soppiantato suo fratello (...), se crediamo che per i meriti della vita precedente a ragione egli sia stato amato da Dio sì da meritare di essere preposto al fratello..' (Origene, I Principi, Torino 1968, Libro II, 9, 7). Origene insegnava anche che tutti i peccatori, il diavolo e i demoni un giorno saranno salvati, infatti, parlando del fatto che un giorno tutti i nemici di Cristo saranno posti sotto i suoi piedi disse: 'In che modo i nemici del salvatore siano posti dal padre come sgabello dei suoi piedi, conviene intenderlo degnamente, secondo la bontà di Dio (...) Infatti non dobbiamo credere che Dio ponga i nemici di Cristo come sgabello dei suoi piedi nello stesso modo in cui i nemici sono posti sotto i piedi dei re terreni che li sterminano (...) Invece Dio pone i nemici di Cristo come sgabello dei suoi piedi non per la loro distruzione ma per la loro salvezza (...) Vedi perciò che per tutti costoro soggezione significa salvezza dei sottomessi' (Ser. Mat., 8; in op. cit., pag. 201). Questa dottrina è denominata apocatastasi [9]. E sempre Origene sosteneva che le pene per i malvagi non sono eterne. Per lui alla fine anche i peccatori, dopo un periodo di purificazione, saranno salvati.

Ÿ Gregorio di Nissa insegnava l'apocatastasi come Origene; ecco quanto egli disse commentando le parole di Paolo : "Affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra" (Fil. 2:10): 'A mio parere l'Apostolo divino, tenendo presenti nella sua profonda sapienza queste tre condizioni che si notano nelle anime, ha voluto alludere all'accordo nel bene che un giorno si stabilirà tra tutte le nature razionali (...) Con queste sue parole egli allude al fatto che, una volta distrutto il male dopo un lunghissimo periodo di tempo, non rimarrà altro che il bene. Anche queste nature, infatti, riconosceranno concordemente la signoria di Cristo' (Gregorio di Nissa, L'anima e la risurrezione, Roma 1981, pag. 77), ed in un altro luogo dice: 'Il proposito di Dio è uno solo: rendere possibile a tutti la partecipazione ai beni che si trovano in lui non appena il numero naturale di noi uomini avrà raggiunto la sua pienezza - parlo sia degli uomini che si sono purificati dal vizio già in questa vita, sia di quelli che, dopo questa vita, sono stati curati dal fuoco per un periodo di tempo conveniente, sia di quelli che in questa vita non hanno conosciuto né il bene né il male' (Gregorio di Nissa, op. cit., pag. 132).

Ÿ Ilario di Poitiers (nato tra il 310 e il 320 e morto nel 367) affermò che Gesù Cristo sulla croce non sentì dolore: 'Su questa sua umanità, sebbene cadessero le percosse o giungessero le ferite o si avvolgessero i nodi o il corpo fosse appeso, tutte queste cose mostravano la violenza della passione, tuttavia non producevano il dolore della passione (..) il corpo di Cristo, per sua virtù, subì la violenza dei maltrattamenti che gli erano inflitti senza avvertire il dolore' (Ilario, La Trinità, Torino 1971, Lib. 10,23, pag. 539,540).

Ÿ Arnobio insegnava che Dio non era il creatore delle anime: 'E poi? Solo noi ignoriamo, non conosciamo chi creò le anime, chi le formò...? (Arnobio, op. cit., Libro II, 58; pag. 79)' e diceva che le anime dei peccatori erano mortali: 'E invero sono precipitate giù e, ridotte al nulla, scompaiono per l'azione vanificante di una distruzione irrimediabile. Sono infatti di media qualità come si sa per l'insegnamento di Cristo, tali cioè che possono morire se non conoscono Dio (..) l'anima, ignorando Dio, sarà consumata mediante tormenti di lunghissima durata dal fuoco tremendo... Non c'è motivo, quindi, che ci inganni, non c'è motivo che ci faccia concepire speranze infondate quel che si dice da taluni pensatori recenti e fanatici per l'eccessiva stima di se stessi che, cioè, le anime sono immortali...' (ibid., Lib. II, 14-15; pag. 51).

Ÿ Giustino Martire insegnava che le anime dei credenti alla morte non vanno subito in cielo: 'Che se voi vi siete imbattuti in sedicenti Cristiani che non facciano questa confessione, ma osino anche vituperare il Dio d'Abramo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe, e neghino la risurrezione dei morti, sostenendo invece, che all'atto del morire, le loro anime siano assunte in cielo, non riteneteli per Cristiani' (Dialogo con Trifone, LXXX) [10]. Giustino Martire insegnava pure che le pene per i dannati non saranno eterne, perché dopo un certo periodo di tempo saranno annichiliti.

Ÿ Taziano (II sec.) insegnò un generale dissolvimento di tutto l'uomo tra la morte e la risurrezione;

Ÿ Clemente d'Alessandria (II-III sec.) disse che la filosofia conduceva alla conoscenza di Dio infatti dopo avere citato alcune dichiarazioni di alcuni filosofi disse: 'Bastano anche queste affermazioni scritte da pagani per ispirazione di Dio e da noi scelte, per condurre alla conoscenza di Dio chi è capace anche in piccola misura di scoprire la verità' (Clemente Alessandrino, Il protrettico, Torino 1971, Cap VI, 72,5; pag. 142). Sempre lui affermò che Gesù non ebbe né fame né sete perché se egli mangiò e bevve lo fece solo per dimostrare la sua natura umana e non per necessità, ecco cosa dice infatti nel suo libro Stromata: 'Lo 'gnostico' è tale che soggiace soltanto alle passioni che sono in funzione del mantenimento del corpo, come fame, sete e simili. Quanto al Salvatore, invece, sarebbe ridicolo pensare che il corpo, in quanto corpo, richiedesse i necessari servigi per il mantenimento; non è che Egli mangiasse a causa del corpo, che era tenuto in vita da una santa potenza, ma perché in chi lo frequentava non si insinuassero falsi pensieri intorno a Lui, come in effetti alcuni poi credettero che Egli si fosse manifestato solo in apparenza. In realtà Egli era assolutamente immune da passione; nessun moto di passione penetrava la sua persona, né piacere né dolore' (Clemente Alessandrino, Stromata, Torino 1985, Lib. VI, cap. 9; pag. 706). Clemente diceva anche che gli apostoli alla loro morte evangelizzarono le anime nell'Ades: '..gli apostoli, seguendo il Signore, evangelizzarono anche quelli che si trovavano nell'Ade; evidentemente era necessario che i migliori discepoli diventassero imitatori del Maestro anche là..' (Clemente Alessandrino, op. cit., Lib. VI, 45,5: pag. 688-689). Un'altra strana dottrina di Clemente era quella che sosteneva che il peccato che commisero i nostri progenitori nel giardino d'Eden, fu di natura sessuale.

Ÿ Tertulliano insegnava il traducianesimo materialista, ossia la teoria secondo la quale le anime vengono trasfuse ai figli dai genitori mediante il seme materiale. Ecco la sua dichiarazione: 'In che modo dunque è stato concepito l'essere vivente? Essendosi formata insieme la sostanza sia del corpo che dell'anima o formandosi prima una di queste due? Noi affermiamo che entrambe queste sostanze vengono concepite, fatte e portate a compimento nello stesso momento, proprio come nello stesso momento vengono anche fatte uscire, e diciamo anche che non vi è alcun momento all'atto del concepimento in cui venga stabilito un ordine di precedenza (...) L'anima inseminata nell'utero insieme con la carne riceve insieme con essa anche il sesso..' (Tertulliano, L'anima, Venezia 1988, 27,1; 36,2; pag. 125,157). La chiesa cattolica romana rigetta questa dottrina infatti afferma: '..un cattolico non può sostenere nessuna specie di traducianesimo: quello materialista perché eretico (esso nega infatti la spiritualità dell'anima)...' (Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Sempre Tertulliano insegnava che solo le anime dei fedeli morti martiri andavano subito in cielo, le anime degli altri invece scendevano negli inferi e precisamente nel seno d'Abramo. Ecco quello che egli disse: 'Finché la terra è intatta, per non dire chiusa, essa non apre a nessuno il cielo. Il regno dei cieli infatti verrà aperto con la fine del mondo (...) Quanti sperimentano questa nuova morte in nome di Dio, violenta appunto come quella di Cristo, sono accolti in un luogo diverso e particolare (...) La sola chiave del paradiso è il tuo sangue. Vi è anche un mio libro sul paradiso, in cui ho mostrato che tutte le altre anime rimangono negli inferi fino al giorno della seconda venuta del Signore' (Tertulliano, op. cit., 55:3,5; pag. 207). Tertulliano affermava che per i credenti l'omicidio, l'idolatria, la frode, l'adulterio e la fornicazione e qualsiasi altra profanazione del tempio di Dio sono peccati imperdonabili (cfr. Tertullien, La Pudicité, Paris 1993, XIX 25,26; pag. 261). Tertulliano affermava che tutti coloro che non si erano ancora sposati dovessero rimandare il battesimo: 'Per motivi non meno seri dovrebbero rimandare il loro battesimo tutti quelli che non si sono ancora sposati; molti pericoli e molte prove stanno davanti a loro, si tratti di gente ancora vergine che sta crescendo negli anni o di gente vedova che non sa ancora che pesci pigliare..; costoro dovrebbero rimandare il battesimo fino a quando non si siano decisi o a sposarsi o a impegnarsi con coraggio nella castità' (Tertulliano, Il battesimo, Roma 1979, pag. 163).

Ÿ Agostino affermò che i bambini che non si comunicavano sotto le due specie non potevano essere salvati; 'Nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore può sperare la salvezza e la vita eterna; invano, senza questi sacramenti, la vita eterna è promessa ai bambini' (Agostino, De pec. mer. et remiss. 1,24,34: citato da Bernardo Bartmann, Teologia Dogmatica, vol. III. pag. 193. Ricordo che questa dottrina è stata condannata dal concilio di Trento). Agostino sosteneva il traducianesimo spiritualista, che si differenziava da quello materialista di Tertulliano in quanto secondo esso l'anima del figlio deriverebbe dall'anima del genitore. Ecco come si espresse: 'Come una fiaccola ne accende un'altra senza che la fiamma comunicante perda nulla della sua luce, così l'anima si trasmette dal padre al figlio' (Agostino, Ep., 190, 15: citato nell'Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Anche questo tipo di traducianesimo è rigettato dalla chiesa cattolica romana: '..un cattolico non può sostenere nessuna specie di traducianesimo... quello spiritualista (sia che faccia derivare l'anima del figlio da un seme spirituale, sia che attribuisca all'azione dei genitori un'attività creatrice) perché erroneo' (Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Agostino insegnava che le relazioni carnali in ambito matrimoniale erano legittime solo se avevano il fine di procreare altrimenti costituivano dei peccati. Egli infatti ebbe a dire: 'Quanto al fatto che i coniugati cedano alla concupiscenza usando il loro rapporto matrimoniale al di là di quello che è necessario per la procreazione dei figli, anche questo lo pongo tra le cose per le quali ogni giorno noi preghiamo: Perdona le nostre offese come noi perdoniamo a chi ci ha offeso' (Agostino, Discorsi, Roma 1989, Discorso 354/A), ed anche: '...rendere il debito coniugale non è affatto una colpa, esigerlo oltre la necessità di procreare è un peccato veniale' (Agostino, La Dignità del matrimonio, Roma 1982: pag. 100) [11]. La chiesa papista attualmente contraddice il suo padre Agostino perché non reputa peccato le relazioni carnali che non hanno come fine la procreazione (mentre Agostino come abbiamo visto le considerava dei peccati) ed è a favore del controllo delle nascite (a cui Agostino si opponeva perché era per la procreazione a tutti i costi). Però di un controllo delle nascite che non si basa su mezzi come l'aborto, l'interruzione dell'atto, sterilizzazione e antifecondativi chimici e meccanici (questi mezzi sono dichiarati da essa illeciti), ma su altri mezzi come l'astensione dell'atto coniugale per sempre (continenza assoluta) o per un tempo determinato (continenza temporanea) o soltanto periodicamente nelle presunte epoche di fecondibilità. Questi mezzi, quando sono accompagnati da 'motivi morali sufficienti e sicuri, rendono lecita una regolazione della prole' (Pio XII, Discorso alle ostetriche del 29 ott. 1951, in Civ. Catt. 1951, IV, p. 53; citato nell'Enciclopedia Cattolica alla voce 'nascite controllo' (vol. VIII, 1663). cfr. Jean-Marie Aubert, Compendio della morale cattolica, Cinisello Balsamo (MI) 1989, pag. 354-355).

Ÿ Atenagora definì adulterio le seconde nozze: 'La norma della nostra vita non consiste nell'esercizio delle parole ma nel dimostrare ed insegnare con le opere: si rimane come si è nati oppure ci si accontenta di un solo matrimonio. Le seconde nozze non sono altro che un decoroso adulterio (...) E chi si separa dalla prima moglie, anche se questa è morta, è un adultero dissimulato e agisce contro la mano di Dio perché Dio al principio plasmò un solo uomo e una sola donna, trasgredisce in tal modo la comunione di carne con carne, secondo l'unità che si realizza nell'unione delle persone' (Atenagora, Le opere, Siena 1974, XXXIII, pag. 64) [12].

Ÿ Lattanzio negò la divinità di Cristo. Nel suo libro Istituzioni divine fece le seguenti affermazioni: 'Dio, che è il Modellatore e il Fondatore delle cose, come abbiamo detto nel secondo libro, prima di intraprendere questa opera del mondo, generò il santo e incorruttibile spirito che Egli chiamò Suo Figlio. E nonostante Egli dopo ne creò innumerevoli altri, che noi chiamiamo angeli, questo solo è il Suo Primogenito Figliuolo, degno dell'appellativo del Divino Nome, cioè, Egli possiede il potere e la maestà del Padre' (Lactantius, The Divine Institutes, Washington 1964, Lib. 4, cap. 6: pag. 255); 'In primo luogo noi attestiamo che Egli nacque due volte; prima, nello spirito, più tardi, nella carne' (Lactantius, op. cit., Lib. 4, cap. 8: pag. 258-259); 'Perché nella prima nascita spirituale Egli fu senza una madre dato che fu generato da Dio il Padre solamente, senza la funzione di una madre. Nella seconda, quella secondo la carne, Egli fu senza un padre, dato che fu formato in un seno vergine senza la funzione di un padre...' (ibid., Lib. 4, cap. 13: pag. 273). Lattanzio insegnava anche che dopo la morte tutte le anime 'sono trattenute in una custodia comune, fino a che giungerà il tempo in cui il Grande Giudice terrà l'esame dei meriti' (ibid., Lib. 7, cap. 21: pag. 526).

Ÿ Girolamo per scoraggiare una vedova di nome Furia dal risposarsi le scrisse: 'Quante spine porti con sé il matrimonio, l'hai constatato a tue spese durante la vita matrimoniale. Te ne sei saziata fino alla nausea, come gli Ebrei della carne di quaglia. Il tuo palato ha provato l'amarezza infinita del fiele, hai vomitato cibi acidi e malsani, hai mitigato l'arsura dello stomaco; perché vorresti ancora ingerire cose che ti sono state di danno? proprio come un cane che ritorna ai cibi vomitati, o un maiale al fango dove s'è voltolato? Persino gli animali che non hanno la ragione, compresi gli uccelli migratori, non vanno a ricadere nelle medesime trappole e reti! (...) L'uomo che una madre porta in casa ai figli non è un padrigno ma un nemico; è tutt'altro che un padre; è un tiranno (....) Confessa apertamente i tuoi desideri poco puliti! Nessuno, giustamente, va a marito per non dormire poi col marito' (Girolamo, Le lettere, Roma 1962, vol. 2, pag. 37,50). Ecco con che termini dispregiativi si esprimeva Girolamo attorno al matrimonio che voleva contrarre una vedova. Sempre Girolamo nel commento ai Galati disse che Paolo quando rimproverò Pietro dicendogli: "Se tu, che sei Giudeo, vivi alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a Giudaizzare?" (Gal. 2:14) usò una menzogna strategica. Per confermare questo citiamo una affermazione dello stesso Girolamo presa da una sua lettera scritta ad Agostino: 'In secondo luogo mi chiedi perché nei Commentari sulla lettera ai Galati ho detto che Paolo non ha potuto riprendere Pietro per un fatto compiuto pure da lui stesso, cioè riprendere un altro di simulazione, di cui egli stesso era colpevole. Tu invece sostieni che il rimprovero dell'Apostolo non fu finto, ma autentico e che perciò io non dovrei insegnare che lì si tratta di menzogna, ma che tutto ciò che sta scritto nella Bibbia deve essere inteso come sta scritto' (Le Opere di sant'Agostino. Le Lettere, 1969, 75, 3,4, pag. 601). Ma Girolamo, per difendere la condotta di Pietro ad Antiochia, si spinge ad accusare Paolo di avere simulato anche lui, in altre parole di avere agito in alcune circostanze anche lui come Pietro, e perciò egli non doveva rimproverare Pietro come fece, infatti dopo avere citato i passi della Scrittura dove Luca racconta che Paolo tornato a Gerusalemme, dietro consiglio dei fratelli, prese quattro fratelli che avevano fatto un voto e, dopo essersi purificato, entrò nel tempio annunziando di volere compiere i giorni della purificazione, fino alla presentazione dell'offerta per ciascuno di loro, Girolamo afferma: 'Oh, Paolo! Anche a proposito di questo fatto ti domando: 'Perché mai ti facesti radere la testa? Perché mai hai fatto la processione a piedi nudi secondo il rito giudaico? Perché mai avresti offerto sacrifici e per te sarebbero state immolate vittime prescritte dalla Legge mosaica?' Certamente risponderai: 'Perché non si scandalizzassero i Giudei convertiti'. Ti fingesti dunque Giudeo per salvare i Giudei. E questa simulazione ti fu insegnata da Giacomo e dagli altri seniori: eppure non riuscisti a scamparla (...) Abbiamo visto che Pietro e Paolo finsero l'uno come l'altro d'osservare i precetti della Legge per paura dei Giudei. Con quale faccia, allora, con quale ardire ha potuto Paolo biasimare l'altro di una mancanza commessa pure da lui stesso?' (op. cit., 75, 3,10-11; pag. 613) [13]. In altre parole, per Girolamo, Pietro ad Antiochia fece solo finta di osservare la Legge per non fare allontanare i Giudei dalla fede in Cristo (e quindi si comportò bene), e Paolo usò una bugia strategica per calmare gli animi perché anche lui altre volte faceva finta di osservare la legge per non scandalizzare i Giudei credenti.

Ora, queste strane dottrine qui sopra citate neppure la chiesa cattolica romana le accetta, ma rimane il fatto che esse erano proclamate da quelle stesse persone che lei prende per sostenere la sua tradizione. Quindi la tradizione dei suoi padri, secondo lei, si suddivide in una parte buona e in una cattiva; in una parte vera e in un altra mendace; la prima è da accettare la seconda no. Quindi neppure lei venera la sua tradizione al pari delle Scritture, perché non accetta tutto quanto quello che i suoi padri hanno detto. E questo naturalmente essa è costretta a farlo perché riconosce le contraddizioni che ne deriverebbero se dovesse accettare tutto quello che essi hanno detto. Ha deciso perciò di accettare solo quei loro insegnamenti che piacciono a lei e che le servono a confermare le sue presenti tradizioni. Il fatto è però che anche quegli insegnamenti dei cosiddetti padri che lei ha preso per sostenere la sua tradizione sono mendaci e sono da rigettare, ma lei li ritiene e li venera perché sono per lei una fonte di guadagno.

Per ciò che ci riguarda, le eresie dei cosiddetti padri sopra citate ci mostrano come quegli uomini non si possono citare affatto come autorità, come invece viene fatto dalla chiesa romana, e non sono per nulla degni di fiducia come lo sono invece i profeti e gli apostoli. Certo, è vero che non tutto quello che essi dissero è falso ma rimane il fatto che non ci si deve per nulla appoggiare a loro nella comprensione delle Scritture se non si vuole rimanere ingannati dai loro errori così tanto diffusi nei loro scritti. Ricordatevi che i Cattolici romani sono rimasti ingannati non dalle Scritture, perché esse non ingannano nessuno, ma dalle interpretazioni arbitrarie date alle Scritture dai loro cosiddetti padri. Perciò vi esorto ad essere molto prudenti nel caso doveste leggere gli scritti di Agostino, di Girolamo, di Tertulliano, di Clemente d'Alessandria, di Origene e degli altri cosiddetti padri della chiesa.

Casi in cui le dottrine false dei cosiddetti padri sono accettate dalla chiesa cattolica romana oggi

Facciamo ora alcuni esempi di dottrine false insegnate dai cosiddetti padri che la chiesa romana accetta.

Ÿ Ireneo.

La superiorità della chiesa di Roma. Egli disse: 'Ma poiché sarebbe troppo a lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte - essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la tradizione che viene dagli Apostoli' (Ireneo, Contro le eresie, Libro III, pag. 218).

Ÿ Tertulliano.

La tradizione. Dopo avere detto che ai suoi giorni per consuetudine si battezzava per triplice immersione, che dopo il battesimo i credenti mangiavano un miscuglio di latte e miele e che a partire da quel giorno non si facevano il bagno per tutta la settimana successiva, che le oblazioni per i defunti venivano fatte nell'anniversario della loro morte e che digiunare o adorare Dio in ginocchio di domenica veniva reputato un'empietà e che 'tutte le volte che iniziamo o terminiamo qualcosa, tutte le volte che entriamo o usciamo di casa, quando ci vestiamo, ci mettiamo i calzari, andiamo al bagno, ci mettiamo a tavola, accendiamo le lucerne, andiamo a letto, ci sediamo, qualsiasi sia l'occupazione alla quale ci accingiamo, facciamo sovente sulla nostra fronte un piccolo segno di croce', egli dice: 'Per queste e altre simili prassi della disciplina cristiana, se tu pretendi delle norme bibliche, non ne troverai nessuna. Alla loro fonte ti saranno invece mostrate la tradizione che ne ha causato l'origine, la consuetudine che ne ha motivato la continuità e la fedeltà che spinge ad osservarle' (Tertulliano, La Corona, Roma 1980, 3-4; pag. 153,155.) [14]. Queste parole di Tertulliano (che come potete vedere contraddicono le sue stesse parole citate prima) vengono prese dalla curia romana a sostegno della tradizione non scritta. Per loro naturalmente sono una conferma che una cosa per essere accettata dai credenti non ha bisogno di essere per forza di cose scritta nella Bibbia. Per noi invece esse confermano che già ai tempi di Tertulliano molti credenti si erano messi a fare certe cose per tradizione senza preoccuparsi del fatto che esse erano pratiche non scritturali, e ad esse naturalmente se ne aggiunsero molte e molte altre con i secoli che finirono coll'annullare il Vangelo. Bisogna fare notare però a proposito di queste cosiddette tradizioni apostoliche riferite da Tertulliano nei suoi scritti che la chiesa cattolica romana molte oggi non le accetta, il che significa smentire uno dei suoi padri e cadere nell'ennesima contraddizione. Infatti essa dice che la tradizione apostolica è Parola di Dio da rispettarsi come la Scrittura ed essa ne rigetta alcune parti!

Ÿ Agostino.

Perpetua verginità di Maria. Egli disse: 'Vergine concepì, vergine partorì, vergine rimase' (Agostino, Serm. 51, 18; citato in La vergine Maria, a cura di Michele Pellegrino, Alba 1954, pag. 21) e: 'Quando pertanto sentite parlare di fratelli del Signore, pensate a consanguinei di Maria, non v'immaginate una prole venuta da ulteriore parto di lei. Come infatti nel sepolcro ove fu posto il corpo del Signore, non giacque né prima né dopo alcun morto, così il grembo di Maria né prima né poi concepì alcun essere mortale' (Agostino, Tract. in Io. 28, 3; citato in op. cit., pag. 71).

La messa come ripetizione del sacrificio di Cristo. Egli disse: 'Cristo non s'è forse immolato da se stesso una sola volta? Eppure nel mistero liturgico s'immola per i fedeli non solo ogni ricorrenza pasquale, ma ogni giorno. E non mentisce di certo chi, interrogato se Cristo veramente s'immola, risponde di sì' (Agostino, Le Lettere, 98,9: pag. 927).

Il digiuno eucaristico. 'Da ciò si può comprendere che fu lui (Paolo) a stabilire il digiuno eucaristico che non è modificato da alcuna diversità di usanze' (ibid., 54, 6,8: pag. 447).

La tradizione. 'Quanto invece alle prescrizioni non scritte ma che noi conserviamo trasmesse per via della tradizione e sono osservate in tutto il mondo, ci è facile capire che sono mantenute in quanto stabilite e raccomandate dagli stessi Apostoli o dai Concili plenari, la cui autorità è utilissima alla salvezza della Chiesa; di tale genere sono le feste celebrate nella ricorrenza anniversaria della Passione, Risurrezione e Ascensione del Signore, la discesa dello Spirito Santo, e simili altre ricorrenze che si osservano dalla Chiesa Cattolica ovunque essa è diffusa' (ibid., 54,1,1: pag. 437) [15].

Negazione che la prima risurrezione nell'Apocalisse è la risurrezione corporale dei giusti e negazione del regno millenario di Cristo sulla terra alla sua venuta. 'Vi sono due risurrezioni: la prima, che avviene ora ed è la risurrezione delle anime, che non permette di cadere nella seconda, che non avviene ora ma avverrà alla fine del mondo, e che non riguarda le anime, ma i corpi (...) L'evangelista Giovanni ha parlato di queste due risurrezioni nel libro dell'Apocalisse in modo che la prima delle due, non compresa da taluni dei nostri, fu scambiata per una ridicola favoletta (...) Coloro che sulla base delle parole di questo libro hanno ipotizzato che la prima risurrezione sarà la risurrezione del corpo, fra l'altro sono stati soprattutto colpiti dal numero di mille anni (...) egli ha parlato di mille anni per indicare precisamente tutti gli anni di questo mondo, volendo evidenziare con un numero perfetto la stessa pienezza del tempo (...) perciò il numero mille indica la totalità, poiché è il quadrato di dieci che diventa un solido' (Agostino, La città di Dio, Lib. XX, cap. 6,2; 7,1,2). In altre parole, la prima risurrezione di cui parla Giovanni nell'Apocalisse è la risurrezione spirituale che secondo Agostino si sperimenta col battesimo; i mille anni sono il periodo di tempo che intercorre tra la prima venuta di Cristo e il suo ritorno, e la seconda risurrezione è la risurrezione corporale.

Negazione del fatto che non tutti morranno. '..riteniamo che anche quanti il Signore troverà vivi in quel breve spazio di tempo subiranno la morte e acquisteranno l'immortalità...' (Agostino, op. cit., Lib. XX, cap. 20,2).

Negazione della distruzione di questo cielo e di questa terra. 'Una volta compiuto questo giudizio, allora questo cielo e questa terra cesseranno d'esistere e cominceranno ad esistere un cielo nuovo e una terra nuova; infatti questo mondo passerà per una trasformazione delle cose, non per un totale annientamento' (ibid., Lib. XX, cap. 14); 'Quanto poi alle parole: Il mare non c'era più (....) Allora infatti non ci sarà questo mondo agitato e burrascoso, che è la vita dei mortali, indicato con il nome di mare' (ibid., Lib. XX, cap. 16).

Il battesimo degli infanti. 'Il bambino quindi è reso fedele non da un atto volontario della fede simile a quello dei fedeli adulti, ma dal sacramento della stessa fede. Poiché, allo stesso modo che il padrino risponde ch'egli crede, così pure si chiama fedele non col dare l'assenso personale della sua intelligenza, ma col ricevere il sacramento della stessa fede. Quando poi egli comincerà a capire, non avrà bisogno di un nuovo battesimo, ma comprenderà il sacramento ricevuto e si conformerà, col consenso della volontà, alla realtà spirituale da esso rappresentata' (Agostino, Le Lettere, 98, 10: pag. 927, 929).

Il battesimo cancella i peccati. 'Il sacramento del Battesimo, istituito contro il peccato originale, affine di cancellare, mediante la rigenerazione spirituale, la macchia della generazione carnale, cancella anche i peccati attuali che trova in noi e che avremo potuto commettere con pensieri, con parole e con opere' (Agostino, Enchiridion, Firenze 1951, cap. LXIII, pag. 86).

Il potere di rimettere i peccati del battesimo di sangue in assenza di quello con acqua. 'Anche se non si è ricevuto il lavacro di rigenerazione, la morte dovuta alla professione di fede in Cristo ha lo stesso potere di rimettere i peccati che l'acqua del santo battesimo' (Agostino, La città di Dio, Lib. XIII, cap. 7).

Il purgatorio. 'Se il fanciullo ha ricevuto i sacramenti del Mediatore, se cioè verrà trasferito dalla potestà delle tenebre nel regno di Cristo, anche se morirà in quell'età, non solo eviterà le pene eterne, ma non soffrirà neppure le pene del purgatorio' (Agostino, op. cit., Lib. XXI, cap. 16) [16]; 'Secondo questa opinione, nell'intervallo di tempo che corre dalla morte di questo corpo fino a quando si giungerà al giorno in cui avverrà la resurrezione dei corpi - giorno dell'estremo giudizio nel quale si pronunzierà la sentenza del premio o del castigo - le anime dei defunti che, durante la loro vita terrena, non hanno avuto costumi e affetti tali da meritare di essere consumati come legna, fieno e paglia, non subiranno il fuoco che brucerà quelle anime che non vissero in tale modo. Queste saranno afflitte dal fuoco di una tribolazione passeggera che brucerà a fondo le costruzioni di legno, fieno e paglia, non meritevoli di eterna condanna; e le brucerà o su questa terra, o quaggiù e nell'aldilà, o solo nell'altra vita. A questa opinione non mi oppongo perché forse è un opinione vera' (ibid., Lib. XXI, cap. 26) [17].

Le preghiere per i morti. 'La stessa preghiera della Chiesa o di qualche uomo pio a favore di alcuni defunti è esaudita, ma soltanto per quelli che, rigenerati in Cristo, non hanno condotto nel loro corpo una vita tanto cattiva da essere giudicati indegni di questa misericordia, ma neppure una vita così buona da non avere bisogno di quella misericordia' (ibid.,, Lib. XXI, cap. 24, 2).

Il suffragio in favore dei morti. 'Dobbiamo ammettere che le anime dei trapassati possono ricevere qualche sollievo dalla pietà dei parenti, quando per esse offrono il santo Sacrificio del Mediatore, ovvero distribuiscono elemosine ai poveri. Ma questi suffragi profitteranno soltanto a coloro i quali, durante la loro vita, avranno meritato che queste opere buone possano essere loro applicate. Vi sono degli uomini la cui vita non è stata né abbastanza buona da non avere bisogno di suffragi, né abbastanza cattiva da non potere ricevere alcun sollievo. Ve ne sono degli altri così santi da non averne bisogno, o così cattivi da non potere trarne nessun profitto' (...) A coloro cui possono essere di giovamento, essi ne ricavano questo vantaggio: o ricevono piena ed intera remissione delle loro colpe, o certamente qualche sollievo nel rigore delle loro pene' (Agostino, Enchiridion, cap. CIX. Si noti che da queste ultime parole traspare il purgatorio).

I santi martiri che sono in cielo fanno miracoli. 'Quei martiri, dunque, che ora possono impetrare tali grazie dal Signore per il cui nome furono uccisi, morirono per la fede nella risurrezione; per essa soffrirono con ammirabile pazienza, e ora possono manifestare una simile potenza nell'ottenere miracoli (...) Crediamo dunque ad essi che dicono la verità e che compiono tanti miracoli, poiché i martiri morirono proclamando la verità ed è per questo che possono fare i miracoli che noi vediamo' (Agostino di Ippona, La Città di Dio, Libro XXII, cap. IX, X).

Il riconoscimento della canonicità dei libri apocrifi. Nel suo libro L'Istruzione cristiana Agostino enumerando i libri canonici dell'Antico Patto vi include anche Tobia, Giuditta, i due libri dei Maccabei e l'Ecclesiastico e la Sapienza (cfr. Agostino, L'Istruzione cristiana, Verona 1994, Libro II, VIII 13; pag. 89, 91) [18]. Quindi quando si sente dire che Agostino diceva di sottomettersi ai libri canonici si deve tenere presente che tra di essi per lui - a differenza di Girolamo - c'erano pure i libri apocrifi.

L'autorità della chiesa. 'Non crederei al Vangelo se a ciò non mi movesse l'autorità della Chiesa Cattolica' (Agostino, Contra Epist. Man.).

Ÿ Giovanni Damasceno.

L'adorazione delle immagini. 'Succede certamente sovente che alcune volte quando non abbiamo la Passione del Signore nella mente noi possiamo vedere l'immagine della sua crocifissione e, ricordandoci così la sua Passione redentrice, ci prostriamo e adoriamo. Ma non è il materiale che noi adoriamo, ma quello che è rappresentato (...) Questa è la tradizione scritta, come lo è l'adorare rivolti a oriente, adorare la croce, e così molte altre cose simili' (John of Damascus, op. cit., Lib. IV, cap. 16; pag. 372); 'Questo legno davvero prezioso e degno di venerazione, perciò, sul quale Cristo si sacrificò per noi, deve giustamente divenire oggetto della nostra adorazione, giacché fu come santificato dal contatto con il santissimo corpo e sangue del Signore' (Giovanni Damasceno, Esposizione della fede ortodossa, 4, 11: citato in La teologia dei padri, Roma 1974, vol. II; pag. 144).

L'assunzione in cielo di Maria. 'Gli angeli assieme agli arcangeli ti hanno trasportato (...) Le potenze celesti ti si fanno incontro con sacri cantici ed un festoso rituale, dicendo press'a poco: Chi è costei che s'avanza come l'aurora, bella come la luna, eletta come il sole? (...) Il re ti ha fatto entrare nella sua stanza, dove le potestà vegliano su di te, i principati ti benedicono, i troni ti fan festa, i cherubini rimangono interdetti per la gioia e lo stupore, i serafini cantano le lodi per te, che fosti realmente la madre del Signore (...) Il tuo corpo, immacolato ed esente da qualsiasi contaminazione, non è stato lasciato sulla terra, ma tu, o regina, signora e padrona, vera madre di Dio, sei stata assunta nella regale dimora celeste. Il cielo ha attirato a sé colei la cui grandezza era superiore a quella dei cieli' (Giovanni Damasceno, Omelia sul transito di Maria: citata in La teologia dei padri, vol. II, pag. 171-172).

Ÿ Girolamo.

Perpetua verginità di Maria. Nella sua lettera contro Elvidio egli sostiene che Maria dopo avere partorito Gesù è rimasta vergine e che quelli che la Scrittura chiama fratelli e sorelle di Gesù non erano figli partoriti da Maria.

Celibato sacerdotale. In una lettera a Gioviniano il quale criticava la vita monastica e il celibato sacerdotale, Girolamo parlò del matrimonio con disprezzo. Egli citò, per difendere il celibato sacerdotale, un passo di Teofrasto che diceva tra le altre cose: 'L'uomo saggio non prenderà mai moglie...E' da stolti prendere moglie per procreare figliuoli onde il nostro nome sopravviva nel mondo, abbia sostegni la nostra vecchiaia...'. Bisogna dire che nei suoi scritti sovente si avverte questa sua avversione al matrimonio; non che lo vieta (nel suo scritto Verginità e matrimonio ha affermato che lui non condanna le nozze), ma certamente ne parla con disprezzo più di una volta al fine di invogliare gli uomini e le donne a non sposarsi e a darsi alla vita monastica alla quale si era dato lui stesso. Per questa ragione Girolamo va annoverato tra coloro che hanno contribuito con i loro scritti, esaltanti all'inverosimile il celibato, a vietare il matrimonio ai sacerdoti cattolici. E difatti la chiesa cattolica romana lo prende per sostenere il suo celibato sacerdotale e la vita monastica.

Venerazione delle reliquie. In una sua lettera a Ripario gli dice a proposito di un certo Vigilanzio che era contro la venerazione delle reliquie: 'Mi dici che Vigilanzio (...) ha riaperto la sua bocca schifosa, che sta vomitando un letamaio di putridume contro le reliquie dei santi martiri, e che noi - che ne ammettiamo il culto - ci chiama cinerari e idolatri, perché - dice - veneriamo le ossa di uomini che sono morti. Che uomo disgraziato! Bisognerebbe dar sfogo a tutte le sorgenti di lacrime per piangerlo! Ma è possibile che non capisca che, dicendo queste cose, è tale e quale un samaritano o un giudeo? Sono persone, queste, che ritengono immondi i cadaveri umani, e sospettano persino di contaminazione gli oggetti che si trovano nella loro casa. Ma sì! vanno dietro alla lettera che uccide, e non allo spirito che vivifica! (...) Le reliquie dei martiri le onoriamo per adorare il Dio per il quale essi si sono fatti martiri! (...) Se le reliquie dei martiri non bisogna onorarle, come mai leggiamo; E' preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi santi?' (Girolamo, Le lettere, vol. 3, pag. 328, 329, 330).

Il vescovo di Roma è il successore di Pietro. In una lettera a Damaso, vescovo di Roma, gli dice: 'Per questo ho deciso di consultare la Cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo (...) La tua grandezza, a dire il vero, mi mette in soggezione, ma la tua bontà m'attira (...) Metti da parte ciò che è invidiabile, sottraiti un momento al fasto dell'altissima dignità romana; è col successore del pescatore e con un discepolo della croce che desidero parlare. Io non seguo altro primato che quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa' (Girolamo, Le lettere, vol. 1, pag. 97, 98).

Ÿ Cipriano.

Il battesimo rigenera. 'L'acqua deve essere prima purificata e santificata dal sacerdote, perché possa cancellare con il battesimo i peccati di chi viene battezzato' (Opere di San Cipriano, Torino 1980, Lettera 70; pag. 687).

Ÿ Crisostomo.

Le preghiere per i morti. 'Piangiamo i nostri defunti, che si sono dipartiti nei peccati, veniamo loro in aiuto con tutte le forze. Come ed in che modo? Pregando noi stessi per loro e pregando altri di pregare per essi, e donando incessantemente per essi ai poveri' (Crisostomo, In ep. ad Philip 3,4).

I cosiddetti padri l'uno contro l'altro

Ora, da come parlano i teologi cattolici romani della loro tradizione i loro padri sono degni di fiducia e quindi sono arbitri della fede degli uomini. Molti quindi, nella loro ignoranza, si fanno l'idea che essi erano tutti di pari consentimento. Noi adesso dimostreremo invece che gli amati padri della chiesa romana non andavano d'accordo neppure tra loro su diverse cose (alcune di queste divergenze che citeremo si evincono dalle loro citazioni fin qui viste) e scrissero l'uno contro l'altro.

Policarpo (70 ca. - 155) affermava che la Pasqua andava celebrata il quattordicesimo giorno del mese di Nisan non importa che giorno della settimana fosse, mentre Aniceto (II sec.) vescovo di Roma affermava che la Pasqua andava celebrata la domenica più vicina al quattordici del mese di Nisan.

Cipriano affermava che il battesimo degli eretici non era valido infatti disse: 'Abbiamo decretato che il battesimo stabilito nella Chiesa cattolica deve rimanere unico. Per questo motivo noi non ribattezziamo, ma battezziamo coloro che provengono da un'acqua adultera e profana, perché costoro devono essere lavati e santificati dall'acqua vera che dona la salvezza' (Opere di San Cipriano, Lettera 73, pag. 697), ma Agostino non era d'accordo con Cipriano sul ribattezzare gli eretici: '..ribattezzare un eretico il quale abbia ricevuto quel carattere di santità che è stato tramandato dalla dottrina cristiana, è indubbiamente una colpa...' (Opere di Sant'Agostino. Le lettere 23,2: pag. 121), ed afferma che Cipriano era nel torto infatti disse: 'Ma che Cipriano avesse avuto del battesimo un'opinione contraria alla norma e alla pratica della Chiesa, si riscontra non già nelle Scritture canoniche, ma nelle opere scritte da lui e in una sua lettera indirizzata ad un concilio' (ibid., 93, 10;38: pag. 857), ed ancora: '...tra il battesimo di Cristo conferito dall'Apostolo e il battesimo di Cristo conferito da un eretico non v'è differenza di sorta poiché, per quanto grande possa essere la differenza di coloro che li amministrano, l'essenza dei Sacramenti è sempre la medesima' (ibid., 93, 11;48: pag. 871). E con Cipriano non era d'accordo neppure Stefano (che era vescovo di Roma) il quale non voleva che gli eretici fossero ribattezzati infatti diceva: 'Se dunque degli eretici vengono a noi, da qualsiasi setta, non si faccia alcuna innovazione, ma si segua solo la tradizione, imponendo loro le mani per riceverli a penitenza, visto che gli eretici stessi, da una setta all'altra, non battezzano affatto secondo il loro rito particolare quelli che passano alla loro parte, ma li ammettono semplicemente alla comunione'.

Veniamo alle discordie tra Girolamo e Agostino. Girolamo affermava che Paolo quando riprese Pietro ad Antiochia usò una bugia strategica mentre Agostino affermava che Paolo non fece uso di nessun tipo di bugia ma rimproverò giustamente Pietro per il suo comportamento infatti in una lettera a Girolamo gli dice: 'Nel tuo Commento all'Epistola dell'apostolo Paolo ai Galati ho trovato un particolare che mi ha sconcertato assai. Se infatti nella Sacra Scrittura si ammettessero delle bugie per così dire officiose, quale autorità potrebbe essa ancora avere? (...) applicati con ardore a correggere quel tuo lavoro ed emendalo dagli errori e poi - come suol dirsi - canta la palinodia (ritrattazione)' (ibid., 40, 3,3; 4,7: pag. 305, 309), ed in un altra ancora: 'Ecco perché dice la verità quando dice d'essersi accorto che Pietro non procedeva rettamente secondo la verità del Vangelo e d'esserglisi perciò opposto apertamente, perché obbligava i pagani a osservare i riti giudaici' (ibid., 82, 2,22: pag. 701). Ora, noi siamo d'accordo con Agostino nel dire che Paolo non usò una bugia strategica nel riprendere Pietro, perché Pietro sbagliò e fu da lui ripreso giustamente, perché questa è la verità. Ma come può un Cattolico romano, a cui viene detto di interpretare la Scrittura appoggiandosi al parere di questi due eminenti padri, riuscire a interpretare rettamente le parole di Paolo? Sarà impossibile perché le interpretazioni sono contrastanti! Non è questa la dimostrazione che non è cosa per nulla sicura appoggiarsi sulla guida dei cosiddetti padri per comprendere le Scritture? Un altra cosa in cui Agostino e Girolamo non si trovarono d'accordo fu sulla traduzione della Bibbia fatta da Girolamo in Latino (chiamata la Vulgata). Ad Agostino non piaceva infatti gli disse: 'Quanti poi pensano ch'io sia geloso dei tuoi utili lavori, capiscano una buona volta (se pur sarà possibile) perché non voglio che venga letta nelle chiese la tua versione dall'ebraico: non voglio ch'essa venga introdotta come una novità contro l'autorità dei Settanta e si vengano in tal modo a turbare con un grave scandalo i fedeli Cristiani' (ibid., 82, 5, 35; pag. 717). Va detto poi a tale proposito che il concilio di Trento si è schierato contro il suo padre Agostino in questo caso perché ha decretato: 'Lo stesso sacrosanto sinodo, considerando, inoltre, che la chiesa di Dio potrebbe ricavare non piccola utilità, se si sapesse quale, fra tutte le edizioni latine dei libri sacri, che sono in uso, debba essere ritenuta autentica, stabilisce e dichiara che questa stessa antica edizione volgata, approvata nella chiesa dall'uso di tanti secoli, si debba ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione e che nessuno osi o presuma respingerla con qualsiasi pretesto' (Concilio di Trento, Sess. IV, Decreto 2). A chi deve credere dunque il Cattolico romano, ad Agostino o al concilio di Trento che hanno idee opposte sulla Volgata? Un'altra divergenza tra questi due 'padri' è questa. Girolamo non riteneva canonici il libro di Tobia, quello di Giuditta, dei Maccabei, della Sapienza e dell'Ecclesiastico (cfr. Girolamo, Prologo a Graziano) mentre Agostino li enumerava tra i libri canonici dell'Antico Patto (cfr. Agostino, L'istruzione cristiana, Libro II, VIII 13; pag. 89,91).

Tertulliano diceva che Maria non era rimasta vergine dopo il parto mentre Agostino e Girolamo dicevano il contrario.

Papia, Ireneo, Tertulliano, Giustino Martire e Lattanzio credevano nel regno millenario di Cristo sulla terra mentre Agostino no, perché, come abbiamo visto, lui interpretò il millennio allegoricamente. Anche Origene non credeva nel millennio, infatti lo combatté.

Ireneo diceva che le anime dei Cristiani alla morte non salgono subito in cielo perché in cielo ci andranno solo alla risurrezione dei corpi (cfr. Ireneo, Contro le eresie, Libro V, 31,1-2), mentre Tertulliano affermava che il cielo si apriva subito solo per le anime dei Cristiani morti martiri (cfr. Tertulliano, L'anima, pag. 207).

Origene e Gregorio di Nissa sostenevano che alla fine saranno salvati tutti gli uomini e il diavolo e i demoni, mentre Agostino condannava questa dottrina (cfr. Agostino, La città di Dio. Lib. XXI, cap. 17 e cap. 23).

Ireneo e Lattanzio erano contro il culto delle immagini mentre Giovanni Damasceno lo sosteneva con forza.

Epifanio era contro il culto a Maria mentre Giovanni Damasceno lo predicava con forza.

Lattanzio negava la divinità di Cristo mentre Atanasio, Agostino ed altri cosiddetti padri la difendevano.

Tertulliano, Lattanzio, Teodoreto di Ciro e Cirillo d'Alessandria affermavano che l'adulterio era causa di divorzio e permettevano un altro matrimonio; mentre Girolamo, Clemente Alessandrino, Origene e Agostino erano contro il nuovo matrimonio in caso di adulterio (cfr. Bernardo Bartmann, Teologia dogmatica, vol. III, pag. 391).

Atenagora considerava le seconde nozze (dei vedovi) un adulterio (anche Tertulliano, quando diventò montanista, condannò le seconde nozze di coloro che erano rimasti vedovi), mentre Clemente Alessandrino, Origene e Agostino le difendevano.

Lattanzio era contrario al ricorrere all'uso della forza per difendere la dottrina cristiana infatti scrisse: 'Bisogna difendere la religione non uccidendo ma morendo per essa, non con la crudeltà ma con la pazienza, non con il delitto, ma con la fede (...) Poiché se tu vuoi difendere la religione con il sangue, con i tormenti e con il dolore, questo non sarà un difenderla, ma uno sporcarla e oltraggiarla' (Lattanzio, Epitome divinarum institutionum, Lib. V, cap. 20, nel Corpus script. eccles. latin, (nuova serie) vol. IV, Milano 1890, pag. 620; citato da Italo Mereu in Storia dell'intolleranza in Europa, Milano 1979, pag. 67); e così anche Tertulliano che affermò: 'Tuttavia è un diritto umano ed una esigenza naturale che ciascuno veneri la Divinità di cui è convinto; le convinzioni religiose di uno non portano ad altri né danni né vantaggi. Inoltre la religione esige di per sé il rifiuto di ogni coazione in materia religiosa, la religione deve essere accettata con spontaneità e non per la violenza, dal momento che anche le vittime da offrire in sacrificio si pretende che vengano presentate con sincerità e di buon grado' (Tertulliano, A Scapula, Roma 1980, II, 2; pag. 169). Ma Agostino di Ippona era favorevole all'uso della forza per costringere i pagani ad accettare il Vangelo e gli eretici a tornare nel seno della Chiesa, e per difendere la Chiesa contro i suoi nemici: egli ebbe ad affermare infatti: 'Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all'unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione, per evitare d'avere tra noi come finti cattolici coloro che avevamo già conosciuti tra noi come critici dichiarati. Questa mia opinione però dovette cedere di fronte a quella di coloro che mi contraddicevano non già a parole, ma che mi portavano le prove dei fatti. Mi si adduceva innanzitutto in contrario l'esempio della mia città natale che, mentre prima apparteneva interamente al partito donatista, s'era poi convertita alla Chiesa cattolica per paura delle sanzioni imperiali' (Agostino, Le lettere, [lettera a Vincenzo], 93, 5.17; pag. 829-831; citerò altre sue parole a tale proposito in appresso).

Agostino diceva che si poteva giurare infatti affermò: 'Il Signore, dunque, non comandò di non giurare, come cosa del tutto illecita, ma, acciocché alcuno non appetisca il giurare, come se fosse per sé stesso bene, e acciocché nessuno giuri facilmente senza necessità, e cada nello spergiurare per la consuetudine del giurare. Non dobbiamo riguardare il giuramento in sé stesso come un bene, ma come una cosa che si può adoperare per necessità e di cui dobbiamo servirci soltanto quando si vede che gli uomini sono restii a credere ciò che è loro utile credere, se non sia confermato dal giuramento' (Agostino, Il sermone del Monte, Firenze 1928, cap. XVII; pag. 63), mentre Crisostomo insegnava apertamente che non si deve mai giurare perché il giuramento è qualcosa di malvagio: 'Ma come, - voi direte, - che male c'è nel giurare? Certo che è male giurare, da quando regna la perfezione evangelica; ma prima non lo era' (Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo, Roma 1966, Discorso XVII, 6; pag. 285).

Ecco alcuni dei tanti esempi di contraddizioni tra padri che si possono citare. Noi domandiamo a questo punto: Come si possono mettere le parole di questi cosiddetti padri sullo stesso livello delle parole di Cristo o degli apostoli quando essi non erano concordi tra loro? Come può essere degna di essere ascoltata come Parola di Dio una tradizione che al suo interno ha simili contraddizioni? La teologia romana fa passare i padri per custodi della tradizione apostolica, ma come si spiega che essi si scontrano l'uno con l'altro affermando da ambo i lati di rifarsi alla tradizione?

Quindi, per concludere questo discorso, il fatto che la Scrittura non si contraddice su nessun punto mentre questa cosiddetta tradizione apostolica dei cosiddetti padri si contraddice al suo interno in moltissimi punti sta a dimostrare che la Scrittura è la Parola di Dio pienamente affidabile e degna di assoluta fiducia, mentre la tradizione non è altro che un'insieme di dottrine che, all'infuori di quando sono scritturali, sono in contraddizione tra di loro e apportano confusione nella mente di coloro che le seguono. Quindi, mentre dobbiamo dire della Parola di Dio che la somma di essa è verità, della tradizione (l'insegnamento dei cosiddetti padri) dobbiamo dire che è un miscuglio di verità e di menzogna; la verità è costituita da tutte quelle affermazioni veraci di Tertulliano, di Agostino, di Ambrogio, di Girolamo, di Gregorio Magno e di tutti gli altri, la menzogna invece da tutte quelle dottrine ed affermazioni che non hanno nulla a che fare con la verità essendo solo dottrine d'uomini che voltano le spalle alla verità. La regola da seguire dunque quando si leggono gli scritti di questi cosiddetti padri - come anche gli scritti di chiunque altro - è questa: esaminare accuratamente ciò che essi hanno detto mediante le Scritture e scartare senza esitazione ciò che non ha fondamento nella Scrittura. Seguendola non ci si può smarrire dietro dottrine d'uomini.

I concili: le loro eresie e le loro contraddizioni

Secondo i teologi papisti i concili sono parte della loro tradizione, e difatti per essi costituiscono del continuo dei punti di riferimento per ciò che riguarda la dottrina della chiesa romana. Essi attribuiscono ai decreti dei concili uguale importanza che alla Parola di Dio, e questo perché ritengono che i loro concili si siano riuniti nello Spirito Santo. Per loro sono infallibili perché il concilio Vaticano II ha decretato quanto segue: 'L'infallibilità promessa alla chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo magistero col successore di Pietro' (Concilio Vaticano II, Sess. V. cap. III). Ora, dimostreremo con alcuni esempi come i concili hanno decretato cose contrarie alla Parola di Dio oppure hanno decretato delle cose che prima o dopo furono condannate da altri concili o da cosiddetti padri o da papi stessi. Facciamo questo affinché chi legge comprenda come i concili non possono essere messi sullo stesso piano né dell'assemblea di Gerusalemme né della Scrittura come invece vogliono i Cattolici perché hanno insegnato anch'essi (come fecero i loro padri) delle eresie (così non fece l'assemblea di Gerusalemme e così non fa la Scrittura) e si sono contraddetti l'uno con l'altro nella maniera più sfacciata (mentre la Parola di Dio non si contraddice su nessun punto).

Ÿ Eresie insegnate dai concili.

I concili di Tiro (335), Antiochia (340), di Milano (355) e di Rimini (359) approvarono l'eresia di Ario che negava la divinità di Cristo.

Il concilio di Efeso (431) dichiarò Maria 'madre di Dio'.

Il terzo concilio di Costantinopoli ordinò che i matrimoni contratti cogli eretici si dovevano sciogliere.

Il quarto concilio Laterano (1215) decretò la transustanziazione e la confessione al prete di tutti i peccati da farsi almeno una volta all'anno e che gli eretici dovevano essere sterminati.

Il concilio di Costanza (1415) decretò la soppressione del calice e che fosse lecito non mantenere il giuramento fatto agli eretici.

Il concilio di Firenze (1439-1443) proclamò ufficialmente l'esistenza del purgatorio.

Il concilio di Trento (1545-1563) aggiunse ai libri canonici i libri apocrifi, dichiarò che la tradizione deve essere riverita al pari della sacra Scrittura, e definì l'istituzione di tutti i sacramenti da parte di Cristo e il loro numero settenario.

Il concilio Vaticano del 1870 decretò l'infallibilità del papa.

Ÿ Contraddizioni tra concili stessi e con i cosiddetti padri e papi.

Il concilio di Elvira (306) impose il celibato ai preti (o almeno la completa astensione dai rapporti coniugali), mentre quello di Costantinopoli del 692 (che va sotto il nome di Quinisextus in Trullo o semplicemente Trullano) decretò che i preti possono continuare a vivere nel matrimonio celebrato prima della loro ordinazione, astenendosi dai rapporti coniugali solo nel giorno del loro servizio sacro, mentre negli altri giorni possono convivere come marito e moglie con la propria sposa.

Il concilio di Nicea del 325 condannò l'eresia di Ario, ma dieci anni dopo il concilio di Tiro, che si trasferì a Gerusalemme, decretò contro la decisione di Nicea e ristabilì Ario e proclamò dottrina della Chiesa l'eresia condannata dal concilio niceno. Il concilio di Antiochia (340) riconfermò la decisione di Tiro, mentre quello di Sardica del 343 condannò di nuovo la dottrina di Ario. In seguito il concilio di Milano (355) e quello di Rimini (359) decretarono di nuovo a favore dell'eresia di Ario.

Il concilio di Efeso del 431 condannò la dottrina di Eutiche ma quello del 449 l'approvò, e poi quello di Calcedonia (451) la condannò di nuovo.

Il terzo concilio Costantinopolitano ordinò, nel secondo canone, che si ribattezzassero coloro che erano stati battezzati dagli eretici; mentre il loro padre Agostino e il loro papa Stefano avevano dichiarato che non si doveva ribattezzarli.

Il concilio di Costantinopoli (754) condannò espressamente il culto delle immagini raffiguranti Cristo, Maria e i santi. Nel documento finale di questo concilio sono scritte queste parole: 'Noi possiamo inoltre dimostrare il nostro sentimento per mezzo delle sante Scritture e dei padri. Infatti si legge nella Scrittura: "Iddio è spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in ispirito e verità"; e: "Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra"; anche Dio ha parlato agli Israeliti dal mezzo del fuoco e dalla cima della montagna e non gli ha mostrato nessuna immagine; in un altro passaggio: "Hanno mutato la gloria dell'incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile..e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore" (...) Noi dunque appoggiandoci sulla santa Scrittura e sui Padri, dichiariamo unanimemente, in nome della santa Trinità, che noi condanniamo, rigettiamo ed allontaniamo con tutte le nostre forze dalla Chiesa cristiana qualsiasi immagine di qualsiasi maniera che sia fatta con l'arte della pittura'. Ma il concilio di Nicea del 787 negò l'ecumenicità del concilio del 754 e approvò una definizione di fede sulla legittimità delle immagini e la natura del culto relativo che si concludeva con quattro condanne degli iconoclasti. Nel documento finale si leggono le seguenti parole: 'Noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l'immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione'. Non è finita qui, perché nel concilio di Francoforte del 794 venne condannato di nuovo il culto delle immagini che era stato approvato al concilio di Nicea del 787. Infine questo culto delle immagini venne approvato dal concilio di Trento (cfr. Concilio di Trento, Sess. XXV).

Il concilio di Costantinopoli (754) negò la presenza reale e la transustanziazione perché chiamò il pane e il vino della santa cena 'l'immagine del corpo vivificante di Cristo', mentre il concilio Laterano IV e quello di Trento dichiararono la presenza reale e la transustanziazione.

Il concilio di Costanza nel 1415 dichiarò il concilio superiore al papa infatti disse: 'Chiunque, di qualunque condizione e dignità, compresa quella papale, è tenuto ad obbedirgli...' (Concilio di Costanza, Sess. IV. Ricordiamo che questo concilio depose tre papi, ossia Giovanni XXIII, Gregorio XII e Benedetto XIII), mentre il concilio Lateranense V (1512-1517) affermò il contrario dicendo: 'Il romano pontefice, in quanto ha un'autorità superiore a tutti i concili, ha pieno diritto e potestà di indire, trasferire, sciogliere i concili' (Concilio Lateranense V, Sess. XI). Sempre il concilio di Costanza decretò la soppressione del calice ma quello di Basilea ne decretò la restituzione ai Boemi (restituzione abolita in seguito da Pio V).

Il concilio di Trento nel 1546 dichiarò canonici i libri apocrifi includendoli nel canone; con questa decisione il concilio di Trento annullò la decisione che il concilio di Laodicea, tenutosi nella seconda metà del IV secolo, aveva preso a riguardo del libro di Giuditta, di quello di Tobia, della Sapienza, dell'Ecclesiastico, e dei libri I e II Maccabei, che era stata quella di non dichiararli canonici. In altre parole il concilio di Trento dichiarò nulla la decisione di non includere questi libri nel canone presa dal concilio di Laodicea. La prova che questi libri apocrifi da quel concilio di Laodicea non furono riconosciuti ispirati da Dio la si trova nel canone n° 60 dove è enumerato il catalogo dei libri dell'Antico Patto che è privo del libro di Giuditta, di quello di Tobia, della Sapienza, dell'Ecclesiastico e dei Maccabei.

Riteniamo che questi esempi siano sufficienti per fare comprendere quali eresie i concili hanno introdotto nella chiesa cattolica romana e in quali contraddizioni sono caduti pure i concili nel corso del tempo [19]. Come si può quindi reputare anche la tradizione derivata dai concili Parola di Dio quando essa contraddice in molti punti la Sacra Scrittura e si contraddice essa stessa? Dagli esempi dei concili sopra citati apparirebbe che Dio abbia rinnegato la sua parola spesso, e prima diceva una cosa poi ne diceva un'altra totalmente diversa sullo stesso soggetto e poi ci ripensava tornando a dire la cosa da lui dichiarata interdetta. E' evidente dunque che le decisioni dei concili non possono essere accettate come Parola di Dio perché molte di esse contrastano apertamente la Parola di Dio e perché gli stessi concili si annullano a vicenda. E' molto meglio affidarsi totalmente alla Scrittura che è la Parola di Dio che non si contraddice su nessun punto, benché sia formata da libri scritti nell'arco di più di mille anni da autori diversi, e che in tutti questi secoli si è rivelata infallibile e immutabile. La Scrittura è l'infallibile e autorevole Parola di Dio capace di guidare gli uomini sulla via santa senza farli inciampare! La Scrittura è la Parola di Dio che può salvare gli uomini dalle tenebre dove si trovano e menarli alla luce. Ma per quanto riguarda molti decreti dei concili che si sono tenuti nel corso dei secoli essi sono precetti umani che contribuiscono a mantenere nel buio della superstizione e dell'incredulità le persone che li accettano e che mantengono le persone in uno stato di aperta ribellione a Dio.

Alcune considerazioni finali sui cosiddetti padri e sui concili

Abbiamo visto alcune delle eresie di alcuni di quelli che la chiesa cattolica romana chiama padri della chiesa e di alcuni dei tanti concili tenutisi nel corso dei secoli, ed alcune delle contraddizioni esistenti tra di loro; ma come abbiamo anche potuto vedere nel mezzo di tante eresie e contraddizioni vi sono pure delle affermazioni giuste. E come ho citato solo una parte delle eresie e contraddizioni così ho citato solo una parte delle affermazioni giuste fatte dai cosiddetti padri e dai concili. Voglio dire quindi questo: nessuno pensi o si metta a dire che nulla di giusto o vero si trovi negli scritti degli scrittori ecclesiastici antichi o nei concili antichi perché questo non è affatto vero. Adduciamo ulteriori prove - oltre a quelle già citate qua e là nel libro - per confermare che quegli antichi scrittori ecclesiastici non solo fecero delle affermazioni errate introducendo o confermando dottrine o pratiche pagane, ma anche difesero alcuni punti dottrinali fondamentali.

Per ciò che riguarda i cosiddetti padri, questi pochi esempi.

Ignazio mise in guardia i credenti dalle dottrine gnostiche e docetiste; un esempio di ciò lo abbiamo nella sua epistola a Smirne dove scrive ai credenti di quella città di guardarsi dall'eresia dei Doceti. Ireneo si oppose agli Gnostici; il suo libro Adversus Haereses (Contro le eresie) contiene la confutazione delle dottrine degli Gnostici (gli Gnostici negavano, tra le altre cose, che Gesù era il Cristo); ma in esso ci sono alcune sue affermazioni errate. Atanasio si oppose alla dottrina di Ario che negava l'eternità e divinità di Cristo (dando però alcune interpretazioni sbagliate ad alcuni passi della Scrittura). Tertulliano si oppose allo gnostico Marcione e ai suoi seguaci scrivendo contro di loro (anche lui però nel difendere la verità disse delle cose sbagliate). Agostino si oppose con i suoi scritti ai Pelagiani che negavano la dottrina del peccato originale (ma nel confutarli attribuì al battesimo il potere di cancellare i peccati).

Anche per quanto riguarda i concili, bisogna dire che determinate delibere di alcuni di essi furono nettamente in difesa del Vangelo; anche qui vogliamo citare alcuni esempi per confermarlo.

Il concilio di Nicea del 325 condannò l'eresia di Ario che affermava che Cristo non era coeterno con il Padre perché anch'egli fu creato dal nulla. Il concilio di Costantinopoli del 381 condannò l'eresia di Macedonio che affermava che lo Spirito Santo era una creatura subordinata al Padre ed al Figlio: lo stesso concilio condannò l'eresia di Apollinare che sosteneva che Cristo era stato dotato di un vero corpo e di una vera anima, ma che il suo spirito era stato sostituito dal Logos (la Parola). Il concilio di Efeso del 431 condannò la dottrina di Nestorio (che diceva che Cristo era in effetti solo un uomo perfetto moralmente legato alla divinità); questo stesso concilio condannò le idee di Pelagio che sosteneva che l'uomo nasce non contaminato dal peccato.

Ci è parso giusto e necessario fare questo discorso per evitare che qualcuno si metta erratamente a pensare che nessuno degli antichi scrittori da noi menzionati e dei concili si levarono in favore della verità su nessuna parte del consiglio di Dio. E' vero che la chiesa cattolica romana cita i suoi padri e i concili come se essi fossero stati d'accordo con tutto quello che essa insegna oggi, ma ciò non è affatto vero perché come abbiamo potuto vedere nel corso della nostra esposizione essi dissero pure delle cose giuste che si oppongono a lei stessa; e difatti essa si trova in grande imbarazzo nel constatare questo, ed è impossibilitata a dimostrare il contrario.

 

CONCLUSIONE

Per concludere noi diciamo che ci vogliamo attenere all'autorità della sacra Scrittura - autorità che essa possiede già in sé stessa e che non prende dalla Chiesa - che sappiamo essere una guida infallibile e sicura. Gli scritti di Tertulliano, Giustino Martire, Agostino, Ambrogio ed altri invece non si possono citare nella stessa maniera degli Scritti sacri perché imperfetti, pieni di errori e di contraddizioni. Accettiamo le cose giuste che essi hanno detto perché conformi alla Scrittura, e ci rallegriamo nel leggerle, ma rigettiamo decisamente tutto ciò che di falso essi hanno detto perché costituisce lievito malvagio. Che dunque nessuno si lasci trarre in inganno dal fatto che essi sono insigniti - a torto - del titolo di padri della chiesa e si metta ad accettare tutto quello che essi hanno detto perché si metterebbe contro la verità e rimarrebbe confuso perché essi stessi si contraddicono da loro stessi e tra di loro. Un discorso simile - anche se un pò diverso - si potrebbe fare pure sui 'riformatori', Lutero e Calvino, per citare solo alcuni; anche i loro scritti contengono delle affermazioni e delle dottrine errate che noi credenti non possiamo accettare perché contrastano la verità. Lutero per esempio insegnava il battesimo dei fanciulli contraddicendosi [20], ed insegnava anche la presenza reale nel pane e nel vino (consustanziazione) [21] ma negava la transustanziazione degli elementi, e definì l'epistola di Giacomo una epistola di paglia, per citare solo alcune sue errate affermazioni. Per quanto riguarda Calvino, egli insegnava il battesimo degli infanti, sosteneva che un credente non può in nessuna maniera perdere la grazia da cui la dottrina 'una volta salvati sempre salvati', che Dio aveva cessato di operare miracoli tramite dei suoi servi infatti disse che Dio 'non manifesta più quella potenza né i miracoli che si compivano per mano degli apostoli in quanto quel dono è stato limitato nel tempo ed è scomparso in parte anche a causa dell'ingratitudine degli uomini' (Giovanni Calvino, Istituzioni della Religione Cristiana, Libro IV, cap. XIX), e che fosse lecito alla Chiesa fare ricorso alle autorità civili per punire gli eretici o i disordinati e difatti fu il Concistoro di Ginevra, con lui a capo, che sentenziò la morte di Serveto che era antitrinitario, ed inoltre egli permetteva in caso di adulterio che il coniuge innocente passasse a nuove nozze.

Eppure quantunque ciò, noi riconosciamo che Dio si usò di quegli uomini per scuotere la chiesa cattolica romana e per portare l'Evangelo della grazia a molte anime. E noi siamo grati a Dio per quello che di giusto e di vero quegli uomini dissero ai loro giorni. E della loro opera noi vediamo ancora i frutti dopo più di quattro secoli. Rimanga fermo però che ciò che di falso e ingiusto hanno detto o fatto pure Lutero o Calvino noi lo rigettiamo al pari di quello che di falso e di ingiusto hanno detto o fatto Agostino, Girolamo o Ambrogio ed altri. Lungi da noi il mostrare riguardi personali nei confronti di essi.

Personalmente sono giunto a questa conclusione dopo avere letto alcuni scritti di questi cosiddetti padri e gli atti di diversi concili dell'antichità (mi riferisco in particolare ai cosiddetti padri e ai concili dei primi sei-sette secoli); che il Signore anche durante quei secoli durante i quali sorsero molti falsi dottori in seno alla sua Chiesa che introdussero molte false dottrine e pratiche superstiziose continuò ad avere in ogni luogo coloro che lo amavano e lo adoravano in ispirito e verità e si opponevano alle eresie che spuntavano fuori una dietro l'altra. Il fatto è che però alcuni di coloro che si opposero a certe eresie vi si opposero facendo uso anche di errate dottrine. In altre parole, non sempre gli scrittori ecclesiastici antichi si opposero a delle eresie come si conveniva, cioè con una dottrina pura di ogni scoria.

Un'altra cosa che si può riscontrare nei discorsi di quegli scrittori è che ci sono alcune parti integre, cioè pure, dalla cui lettura si rimane edificati ma ci sono delle altre che sono contaminate dalla menzogna, dalla superstizione che si rimane meravigliati nel dovere constatare come dalla stessa fonte uscissero verità e menzogna. Un esempio per tutti, Gregorio Magno; disse anche delle cose vere, ma nei suoi Dialoghi vi sono delle storie profane e da vecchie che lui racconta per sostenere il purgatorio. Fu lui infatti uno dei padri del purgatorio. Non ci si può non rattristare e indignare nel leggere quelle favole. Oltre a ciò fece un cattivo uso dell'allegoria dando interpretazioni fantasiose a molti passi della Scrittura. Questa cosa la si può riscontrare ancora oggi nell'ambito del cattolicesimo; ci sono scrittori cattolici romani che riescono a dimostrare con le Scritture che i Testimoni di Geova - prendo loro come esempio - dicono il falso quando affermano che Gesù non è Dio o che non esiste l'inferno o che l'uomo non ha un'anima, o che lo Spirito Santo non è una persona; e lo fanno abbastanza efficacemente, e siamo d'accordo con questi loro discorsi, ma nello stesso tempo i loro libri di controversia sono pieni di discorsi in favore della salvezza per meriti, del purgatorio, del culto a Maria e così via. Insomma contengono il grano e la pula; la verità e la menzogna. Una parte di essi sono in favore della verità, un'altra parte contro la verità. Non si possono quindi rigettare totalmente, ma neppure accettare totalmente. Le cose si ripetono a distanza di tanti secoli. Che cosa si apprende da tutto ciò? Che la chiesa cattolica romana, benché abbia nel corso dei secoli introdotto ogni sorta di menzogne e superstizioni - che formano la sua tradizione - che hanno annullato la grazia, pure ha continuato ad affermare la Trinità, che Cristo è Dio, (escludendo alcuni periodi remoti in cui aveva approvato l'eresia ariana) che egli portò i nostri peccati, che risuscitò il terzo giorno, che apparve e fu assunto in cielo, che la Scrittura è ispirata da Dio. E Dio ha continuato a vigilare su questa parte sana del suo messaggio (ossia sulla sua parola così come è scritta nella Bibbia) facendo capire a tanti suoi membri che il Cristo di cui avevano sentito parlare aveva già compiuto ogni cosa per la loro salvezza e che non rimanevano opere meritorie da compiere per ottenerla ma solo di ravvedersi e di credere in lui. E quindi che la maniera per ottenere la giustificazione, la salvezza e la vita eterna di cui parlavano le loro guide era falsa. Questo in effetti è quello che è successo a molti Cattolici romani nel corso dei secoli; illuminati da Dio sul significato di alcune parole della Buona Novella che leggevano o sentivano dai loro stessi superiori si sono ravveduti ed hanno creduto in Cristo ottenendo gratuitamente da Dio la salvezza della loro anima. In questo vediamo la dimostrazione della potenza e della saggezza di Dio che in mezzo ad una chiesa idolatra qual è la chiesa cattolica romana è riuscito fino a questo giorno ad illuminare molte anime ed a salvarle dai loro peccati. Possiamo dire che la chiesa cattolica romana è sorta per volere di Dio perché Dio aveva deciso di mostrare all'umanità che non importa quanto gli uomini corrotti e riprovati quanto alla fede cercheranno di oscurare la luce del Vangelo, non importa quanto gli uomini cercheranno di proibire la lettura del Vangelo o il suo ascolto, Lui continuerà a regnare sul suo trono, e le sorti dell'uomo sono nelle sue mani e non nelle mani degli uomini, e quando ha deciso di salvare un'anima lo farà come e quando vuole senza che alcuno glielo possa impedire. Lancino gli anatemi i concili, lancino le loro scomuniche i papi, Dio regna! Dicasi fra le nazioni: Il nostro Dio governa l'universo, da Lui dipendono le vie dei papi, dei cardinali, dei vescovi e dei preti e di tutti i Cattolici romani. Lui continuerà a strappare dalla potestà delle tenebre tanti Cattolici romani, quelli cioè che lui ha preconosciuto e predestinato. Costoro crederanno alla verità del Vangelo così come è scritta; anche se per un certo tempo - più o meno lungo - rimarranno legati alla superstizione ed alla menzogna, viene il giorno in cui Dio farà vedere a tutti chi egli è e che le sue pecore non rimarranno per sempre nelle mani di questi uomini malvagi.

 

 

NOTE

 

[1] Il concilio di Trento ha affermato che le tradizioni non scritte 'raccolte dagli apostoli dalla bocca dello stesso Cristo e dagli stessi apostoli, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, tramandate quasi di mano in mano, sono giunte fino a noi' (Sess. IV, primo decreto). [ç ]

 

[2] Per concilio si intende un'assemblea dei prelati della chiesa cattolica, convocati per definire questioni di fede, morale e disciplina ecclesiastica. Anticamente era chiamato anche 'sinodo', e secondo il diritto canonico può essere di tre tipi: provinciale, se contempla il raduno dei vescovi ordinari di una sola provincia ecclesiastica; plenario, se accoglie vescovi di più provincie; ecumenico (il termine deriva da una parola greca che significa 'terra abitata') o universale, quando l'assemblea è costituita dai 'vescovi di tutta la chiesa che, convocati dal papa e da lui presieduti (o da un suo legato) deliberano intorno ad affari che interessano l'intera comunità'. A proposito di questi ultimi va detto che i primi sette concili 'ecumenici' vale a dire quelli di Nicea I (325), Costantinopoli 1 (381), Efeso (431), Calcedonia (451), Costantinopoli II (553), Costantinopoli III (680-681) e Nicea II (787), furono convocati dall'imperatore e non dal vescovo di Roma e i vescovi di Roma in essi non ricoprivano nessuna posizione di preminenza nei confronti degli altri vescovi. Questi concili sono riconosciuti 'ecumenici' sia dalla chiesa cattolica romana che dalla chiesa ortodossa. Gli altri concili 'ecumenici' sono quelli di Costantinopoli IV (869-870), Lateranense I (1123), II (1139), III (1179), IV (1215), Lione I (1245) e II (1274), Vienna di Francia (1311-1312), Costanza (1414-1418), Basilea-Ferrara-Firenze (1431-1443), Lateranense V (1512-1517), Trento (1545-1563), Vaticano I (1869-1870), Vaticano II (1962-1965). Questi non sono però riconosciuti come ecumenici dalla chiesa ortodossa ma solo da quella latina. Ci sono però degli storici e teologi papisti che non condividono l'ecumenicità di alcuni di questi. [ç ]

 

[3] Si tenga presente che la tradizione per la chiesa cattolica romana è necessaria alla salvezza perché come abbiamo visto per essa la Bibbia non contiene tutto ciò che è necessario alla salvezza. Ma si tenga altresì ben presente che gli scritti dei cosiddetti padri, gli atti dei concili, le bolle dei papi formano una serie di centinaia di grossi volumi, il che significa che uno per essere salvato dovrebbe andare a leggersi tutta questa serie di grossi volumi per conoscere la tradizione. Ma il fatto è che ammettendo pure che uno si vada a leggere tutti quei grossi volumi per accertarsi della tradizione alla fine si troverà davanti a ostacoli insormontabili perché troverà, come abbiamo già visto in parte quando abbiamo parlato dei papi e come vedremo fra poco, un mucchio di contraddizioni fra i papi, i cosiddetti padri e i concili, prove queste che la tradizione non si può mettere allo stesso livello della sacra Scrittura. [ç ]

 

[4] Nei fatti però la tradizione è ritenuta superiore alla sacra Scrittura. Ecco per esempio cosa disse il cardinale Baronio: 'Or la tradizione, essendo la base delle Scritture, se ciò si sconvolge, tutto l'edificio va in rovina. Chi non s'accorge di ciò? Rimanga adunque fermo, e valido, che la Chiesa di Dio, appena fondata, cominciò a riscaldarsi e a propagarsi, non tanto cogli scritti, quanto colle tradizioni apostoliche; e gli stessi fedeli sono obbligati tanto a queste, quanto lo sono a quelle, ma queste, le tradizioni, sopravanzano gli scritti, in modo che gli scritti non possono sussistere senza le tradizioni, mentre le tradizioni hanno fermezza, anche se non vi fossero gli scritti' (Baronio, Ann. Eccl. Ann. Chr. 53, n° 11). Inoltre va detto che nella chiesa cattolica romana, secondo una bolla di Pio IV, coloro che debbono essere promossi a qualche dignità ecclesiastica devono fare una professione di fede in cui è contenuto questo articolo: 'Ammetto ed abbraccio fermamente le tradizioni apostoliche ed ecclesiastiche, come pure tutte le osservazioni e costituzioni della santa madre Chiesa...'. [ç ]

 

[5] Alcuni esempi di note fuorvianti sono queste presenti nella Bibbia Ed. Paoline del 1990 (sesta ediz.). In una nota al passo: "Ma non si accostò a lei, fino alla nascita del figlio che egli chiamò Gesù" (Mat. 1:25) si legge: 'L'espressione di Mt - intento a dimostrare il concepimento verginale di Gesù - non implica, nel linguaggio semitico, che la situazione 'dopo' sia cambiata'. In una nota (Gal. 1:19) che spiega chi è Giacomo, il fratello del Signore, si legge: 'Giacomo, il fratello, cioè parente, cugino del Signore, si deve distinguere da Giacomo di Zebedeo...'. In una nota che spiega le parole di Gesù "Tu sei beato, o Simone figliol di Giona...." (Matt. 16:17-19) si legge: 'Con linguaggio di forte sapore semitico - carne-sangue, Cefa-Pietro, porte degl'inferi, legare-sciogliere - che ne assicura la più alta antichità, Gesù promette a Pietro ch'egli sarà la roccia su cui poggerà la sua Chiesa, la quale sarà inespugnabile per le forze avverse. Pietro viene così costituito, come vicario di Gesù, fondamento e capo della Chiesa, con il potere legislativo e giudiziario. Il suo operato sarà convalidato da Dio. L'esegesi cattolica ritiene che queste promesse valgano anche per i successori di Pietro, basandosi sull'intenzione di Gesù di provvedere all'avvenire del Regno fondato da lui, che doveva sopravvivere a Pietro e divenire eterno ed universale'. In una nota che mira a spiegare le parole di Paolo ai Corinzi "sarà salvo però come attraverso il fuoco" (1 Cor. 3:15) si legge: 'La salvezza come attraverso il fuoco denota un ottenimento stentato. Origene ha ravvisato per primo qui l'indicazione del purgatorio; a seguito di lui non pochi cattolici hanno portato questo passo a conferma di tale insegnamento della Chiesa'. A proposito del discorso di Pietro all'assemblea di Gerusalemme (Atti 15:7-11) si legge in nota: 'Parla Pietro, come capo della Chiesa...'. In una nota sulla cena del Signore (Matt. 26:26-29) si legge: 'L'Eucaristia è sacrificio e sacramento'. In una nota che commenta le parole di Maria all'angelo: "Come avverrà questo, perché non conosco uomo?" (Luca 1:34) si legge: 'La domanda di Maria all'angelo non avrebbe senso se non avesse in cuore il proposito di perpetua verginità..'. Per spiegare le parole di Luca: "Diede alla luce il suo figlio primogenito" (Luca 2:7) la nota dice: 'Lc dice Gesù primogenito e non unigenito, per preparare la scena della presentazione al tempio...'. Per spiegare la purificazione che compì Maria dopo avere partorito Gesù (cfr. Luca 2:22) in nota si legge: 'Alla purificazione era obbligata solo la madre, Lv 12,2-8, e non vi era obbligata Maria, purissima: tuttavia l'evangelista vuole sottolineare la fedeltà all'osservanza della legge da parte dei genitori di Gesù e indicare la Città santa come punto di partenza della salvezza apportata da lui'. Sulle parole di Gesù ai suoi discepoli "a chi rimettete i peccati sono loro rimessi..." (Giov. 20:22) si legge in nota: 'Il soffio di Gesù simboleggia il dono dello Spirito Santo e con esso la partecipazione alla potestà di Gesù di rimettere i peccati o di ritenerli, e cioè di perdonarli o no'. Per spiegare con le Scritture che Pietro pasturò la Chiesa di Roma si legge nella nota di 1 Piet. 5:13: 'Babilonia indica certamente Roma...'. Per spiegare come fu nella Chiesa primitiva che cominciò il processo che portò all'adozione del celibato sacerdotale si legge nella nota di 1 Timoteo 3:2 che commenta il fatto che il vescovo doveva essere marito di una sola moglie: 'Il passo può quindi documentare l'inizio di un processo che porterà rapidamente alla richiesta del celibato sacerdotale'. [ç ]

 

[6] L'Enciclopedia Cattolica a tale riguardo afferma: 'Tertulliano fu l'unico che, condotto dal suo esagerato realismo e da tesi preconcette, cedette riguardo alla verginità di Maria nel parto e dopo il parto' (vol. 12, 1271). [ç ]

 

[7] Va detto comunque che Cipriano nei suoi scritti parla della successione apostolica e attribuisce alla sede episcopale di Roma una certa preminenza nella Chiesa, da qui il fatto che egli contribuì notevolmente alla formulazione del primato del vescovo di Roma nella Chiesa universale. [ç ]

 

[8] Nell'Introduzione a I Connubi adulterini si legge che l'affermazione di Agostino secondo cui la separazione di cui parla Paolo (1 Cor. 7:15) non permette un nuovo matrimonio 'pur essendo conforme alla tradizione anteriore, è contraria alla prassi posteriore della Chiesa occidentale che ha visto e vede concessa in 1 Cor. 7,15 la facoltà di passare a nuove nozze, il 'privilegio paolino' appunto' (in Matrimonio e Verginità, Roma 1978, pag. 225) e in una nota all'interno del libro sull'affermazione sopra citata da Agostino (1,31) si legge: 'Al contrario la Chiesa, applicando il privilegio paolino, considera il matrimonio sciolto a tutti gli effetti e consente una nuova unione, purché con un credente' (in op. cit., pag. 273). Agostino quindi, in questo caso, per la chiesa cattolica non ha nessuna autorità. [ç ]

 

[9] Termine greco che etimologicamente significa 'rimettere una cosa al suo posto primitivo', e che nella Scrittura è usato una sola volta, quando Pietro dice: "..il cielo deve tenere accolto (Gesù) fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose... (apokatastasis)" (Atti 3:21). Superfluo dire che Pietro quando parlò dell'apocatastasi non intese dire che un giorno anche i peccatori, il diavolo, gli angeli ribelli e i demoni, saranno salvati. [ç ]

 

[10] E' vero che la chiesa papista dice che i giusti che muoiono non vanno subito in cielo, ma la dottrina è diversa da quella di Giustino perché secondo essa le anime dei giusti se ne vanno prima in purgatorio ad espiare le loro colpe per poi andare in cielo prima della risurrezione corporale. [ç ]

 

[11] Alla luce delle Scritture questa dottrina è falsa perché, quantunque marito e moglie non devono fare nulla per impedire il concepimento perché questo è un atto di ribellione a Dio, si fa passare la relazione carnale nell'ambito della coppia che non può avere o non può più avere figli o durante il periodo di infecondibilità come peccato quando la Scrittura non la definisce tale perché dice: "Il marito renda alla moglie quel che le è dovuto; e lo stesso faccia la moglie verso il marito" (1 Cor. 7:3). [ç ]

 

[12] Facciamo notare a tale riguardo che agli occhi di Dio le seconde nozze mentre uno dei coniugi è ancora in vita sono adulterio, ma le seconde nozze dopo la morte del coniuge non costituiscono affatto adulterio come invece asseriva Atenagora. [ç]

 

[13] Confutiamo le asserzioni di Girolamo. Innanzi tutto Paolo non mentì perché sempre ai Galati ha detto poco prima: "Ora, circa le cose che vi scrivo, ecco, nel cospetto di Dio vi dichiaro che non mentisco" (Gal. 1:20). E poi ricordiamo che tra il comportamento tenuto da Paolo con i Giudei in alcune circostanze della sua vita e quello tenuto da Pietro ad Antiochia c'è una grande differenza. Quello di Paolo non era da condannare perché lui si faceva Giudeo con i Giudei per guadagnarli a Cristo, e con i credenti che venivano dal Giudaismo si faceva Giudeo per fare capire loro che egli non disprezzava la legge di Mosè; mentre quello di Pietro ad Antiochia era da condannare perché lui per paura dei Giudei si ritirò dai Gentili, con i quali prima mangiava, e cominciò ad imporre ai Gentili l'osservanza della legge di Mosè affinché fossero giustificati. In sostanza mentre Paolo, quando si faceva osservatore della legge con i Giudei, lo faceva per non essergli d'intoppo, e non imponeva loro - come neppure ai Gentili - l'osservanza della legge per la loro giustificazione perché egli predicava che si viene giustificati soltanto mediante la fede e non per le opere della legge; Pietro ad Antiochia era da condannare perché lui costringeva i Gentili ad osservare la legge per essere giustificati per la legge. Le cose sono completamente differenti dunque. Quindi Pietro si mise a simulare e con lui altri; ma quando Paolo vide che non procedevano dirittamente rispetto al Vangelo, allora rimproverò Pietro. A giusta ragione, a testa alta, senza temere di essere svergognato da alcuno perché lui quantunque fosse Giudeo non costringeva i Gentili (e neppure i Giudei) ad osservare la legge per essere giustificati, come invece fece Pietro ad Antiochia. [ç ]

 

[14] Il battesimo per triplice immersione, il mangiare latte e miele dopo il battesimo, il non farsi il bagno per i successivi sette giorni, il fare oblazioni per i morti nell'anniversario della loro morte, e il farsi il segno della croce sulla fronte ogni qualvolta si fa qualcosa durante il giorno, o il reputare il digiuno o l'adorazione in ginocchio di domenica una empietà, sono tutte cose che dato che non si possono confermare con le sacre Scritture vanno rigettate. Considerate invece se noi le ammettessimo solo perché le dice Tertulliano; saremmo costretti a doverle difendere, cioè a dire il perché è giusto fare quelle cose anche se non sono scritte. E in che maniera verremmo trascinati a farlo? Con vani ragionamenti, dai quali sgorgherebbero via via dottrine perverse. Questo è quello che avviene infatti ogni qual volta si cerca di giustificare mediante le Scritture delle tradizioni umane che si oppongono alla verità. [ç ]

 

[15] Agostino qui cade in una contraddizione perché in un suo libro afferma che lui si sottomette solo all'autorità dei libri canonici e che tutto ciò che è necessario alla fede alla condotta della vita si trova nelle dichiarazioni chiare della Scrittura, mentre qui dice che bisogna ritenere tutte quelle cose non scritte ricevute per tradizione e che vengono osservate per il mondo. [ç ]

 

[16] Si tenga presente però che adesso per la chiesa cattolica romana il neonato per andare in paradiso ha bisogno solo del battesimo: e che nel caso morisse senza averlo ricevuto non andrebbe all'inferno e neppure in purgatorio ma in un luogo detto limbo. [ç ]

 

[17] Certamente Agostino ha contribuito con i suoi scritti alla formazione della dottrina del purgatorio anche se bisogna dire che in alcune occasioni si mostra incerto e dubbioso come in questa citazione in cui dice che forse quell'opinione è vera. In un altra occasione pare proprio che smentisca la dottrina del purgatorio che insegna la chiesa papista infatti dice: 'Le anime dei giusti, separate dal loro corpo, sono nel riposo, mentre quelle degli empi scontano le loro pene, finché i corpi dei giusti risorgeranno alla vita eterna, quelli degli empi alla morte eterna, che si chiama seconda morte' (La città di Dio, Lib. XIII, cap. 8). [ç ]

 

[18] Questo spiega anche perché lui sosteneva che si potesse pregare per i defunti e che i santi martiri potessero intercedere per i vivi; perché nei libri apocrifi, come abbiamo visto, ci sono dei passi che sostengono tali pratiche. [ç ]

 

[19] Faccio inoltre notare che alcuni scrittori cattolici hanno riconosciuto che non ci si può fidare degli atti dei concili. Bellarmino per esempio afferma che per essere stati custoditi con negligenza, gli atti dei concili abbondano di errori (cfr. Bellarmino, De Concil. lib. 3, cap. 2). Ed il teologo Richer nella sua Storia dei concilii è costretto a confessare, con suo grande dolore, egli dice, che non vi sono libri nei quali si trovino tante falsità, tanti scritti supposti quanti se ne trovano negli atti dei concili (cfr. Richer, Hist. Concilior. lib. 1, cap. 2). Persino degli atti di un concilio come quello di Nicea che è definito ecumenico non si può stare sicuri. Baronio (An. 325) basandosi su diversi scrittori antichi dice che molti canoni di questo concilio sono andati perduti: e Gregorio di Valenza è della stessa opinione (cfr. De fide quaest, I, p. 7, § 37). E poi gli Orientali ammettono 80 canoni di questo concilio, mentre gli Occidentali ne ammettono solo 20. Mettendo tutte le cose assieme dunque viene fuori un quadro dei concili che è assolutamente incerto e inaffidabile. [ç ]

 

[20] Per lui il battesimo non presuppone la fede, anzi la suscita. Egli disse che 'un bambino diventa un credente se al battesimo Cristo gli parla per bocca di colui che lo battezza, poiché si tratta della Sua Parola, del Suo comandamento, e la Sua Parola non può rimanere senza frutto'. Come potete vedere da voi stessi Lutero in questo caso ha detto qualcosa che viene annullato dalla Scrittura. Infatti da nessuna parte viene detto che il battesimo suscita la fede in chi lo riceve. Anzi si deve dire che è la fede sorta nel cuore dell'uomo dopo avere udito ed intesa la Parola di Dio che suscita in lui il desiderio di farsi battezzare. Il che non può accadere in un neonato. [ç ]

 

[21] Per questa posizione a riguardo del pane e del vino egli si scontrò con Zwingli (riformatore svizzero) che invece sosteneva che quando Gesù disse: "Questo è il mio corpo" intese dire che quel pane significava o rappresentava il suo corpo. [ç ]

 

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