7. Quando si parla in lingue chi è che parla, il credente? e perché parla a se stesso? perché attraverso il parlare in lingue si edifica se stesso e cosa avviene?

 

Certamente chi parla in altre lingue è il credente; i seguenti passi biblici lo attestano chiaramente: "E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:4), ed anche: " … li udivano parlare in altre lingue … " (Atti 10:46), ed ancora: "… chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio … " (1 Cor. 14:2), per citare alcuni dei tanti passi. Va tuttavia detto che nonostante sia il credente a parlare in altra lingua, le parole sono pronunciate mediante lo Spirito Santo che è in lui e che lo sospinge a proferire quelle parole sconosciute. Quando per esempio il giorno della Pentecoste i circa centoventi furono ripieni di Spirito Santo è detto che cominciarono a parlare in altre lingue "secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi". Quindi quelle espressioni che essi proferirono venivano dallo Spirito di Dio. In altre parole il credente si mette a parlare mediante lo Spirito di Dio. Che sia così è confermato dal fatto che Paolo nell’esortare a pregare in altra lingua dice: " … orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni …." (Ef. 6:18), e Giuda: "… pregando mediante lo Spirito Santo … " (Giuda 20). Ecco perché il credente ripieno di Spirito Santo è sicuro di proferire parole sante e giuste quando prega in altra lingua, perché sa che esse vengono proferite dallo Spirito di Dio che è santo. Ho detto ‘dallo Spirito’ perchè la Scrittura dice anche: "Parimente ancora, lo Spirito sovviene alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio" (Rom. 8:26-27). Come potete vedere in queste parole è detto che è lo Spirito che prega o intercede. Per essere completi però su questo punto occorre dire anche che c’è anche una parte compiuta dallo spirito dell’uomo in questo pregare infatti Paolo dice: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa" (1 Cor. 14:14). Quindi lo Spirito Santo prega insieme con il nostro spirito.

Ora, vengo al secondo quesito. In base a quanto dice Paolo il parlare in altra lingua è rivolto a Dio e non agli uomini, egli dice infatti che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Cor. 14:2). Non abbiamo forse visto poco fa che chi parla in altra lingua prega Dio? Quindi nel caso il parlare in altre lingue sia interpretato, l’interpretazione che ne verrà fuori non consisterà in una esortazione rivolta a tutti i presenti o solo a qualcuno dei presenti, ma in una preghiera (o in un cantico spirituale o in un ringraziamento rivolto a Dio). Ovviamente anche nel caso il parlare in lingue non fosse interpretato la direzione di quel parlare è sempre verso Dio. Naturalmente questo significa implicitamente che il credente che parla in altra lingua non parla a se stesso.

Come si spiega allora il fatto che Paolo dica che se nella chiesa dopo che hanno parlato in altra lingua due o tre e non c’è chi interpreta "si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio" (1 Cor. 14:28)? Si spiega così: quel parlare a se stessi e a Dio non è da intendersi come un parlar in lingue perché se è vero che nel caso del parlare a Dio il parlare in lingue potrebbe pure starci, non potrebbe invece starci nel parlare a se stessi perché altrimenti Paolo si sarebbe contraddetto. Il credente dunque in questo caso deve – sottovoce - parlare nella sua lingua conosciuta sia a se stesso che a Dio.

Vengo adesso al terzo quesito. Chi parla in altra lingua edifica se stesso perché fa una cosa giusta, santa, e pura, mediante lo Spirito di Dio. Quando diciamo che egli edifica se stesso vogliamo dire che egli si fortifica tramite questa esperienza spirituale, ossia egli acquisisce nuove forze. Per usare un termine di paragone terreno (con tutti i suoi limiti naturalmente), è come se il credente in quel momento ricaricasse le batterie che si erano un po’ scaricate. E questo ‘ricaricamento’ egli lo sente in maniera reale. D’altronde se ci sentiamo ricaricati, spiritualmente parlando, dopo avere pregato e cantato a Dio nella nostra lingua, non ci si deve sorprendere che questo ‘ricaricamento’ avvenga anche nel caso il pregare e il cantare a Dio siano effettuati in altra lingua.

 

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