La piccola messaggera di buone novelle

 

"E come udiranno, se non v’è chi predichi?" Romani 10:14

 

Adèle era una bambina povera e per di più malata. Abitava con i suoi genitori in una delle vie più oscure di una grande città, e sebbene avesse già sette anni non aveva mai ancora visitato la campagna circostante. Non aveva mai visto i campi coperti di raccolti, mai còlto fiori nel prato, mai corso allegramente nei boschi o in riva ad un ruscello. All’età di due anni aveva fatto una caduta poco felice e da allora non aveva più potuto camminare. Trascorreva tutte le sue giornate coricata su un lettino vicino alla finestra e guardava nel cortile oscuro e umido i giochi dei suoi giovani fratelli che scorrazzavano nel fango. Quei bambini erano lasciati soli tutto il giorno: il padre lavorava in una fabbrica e la madre cercava di guadagnare qualcosa andando a fare un lavoro pesante in diverse case. Le ore della giornata sembravano spesso molto lunghe alla nostra povera malata quando era da sola, senza avere nessuno a cui parlare e niente da vedere all’infuori di quel cortile così sporco e così oscuro dove penetrava a malapena la luce. Durante le calde giornate estive, quando un brillante sole illuminava tutta la campagna, talvolta un raggio arrivava fino al cortile, e rischiarava per un istante il muro umido. Allora la bambina lo seguiva con lo sguardo e pensava a quanto sarebbe stato bello poter andarsene con quel raggio nel cielo azzurro verso gli uccelli che cantano nell’aria.

Non pensava a Dio. Ahimè! La povera bambina non conosceva il Signore Gesù, e il brillante Sole di Giustizia non aveva ancora brillato nella sua anima. Non le era stato parlato di Gesù, i genitori non pronunciavano mai il suo nome, e se lei sentiva talvolta il nome di Dio era nelle bestemmie dei vicini o di suo padre. Sua madre aveva per lei un tenero affetto e la curava facendo del suo meglio, ma non poteva comunicarle quello che non conosceva lei stessa. La povera piccola soffriva dunque e soffriva molto, senza sapere dove poter trovare consolazione e speranza; era spesso triste e infelice, piangeva e si lamentava il che non sollevava il suo cuore. Ma l’Iddio molto buono, che da’ all’uccello il granello necessario per il suo nutrimento, aveva visto la bambina malata e sola; aveva udito i suoi gemiti e i suoi lamenti; conosceva il suo isolamento e la sua tristezza. Egli voleva fare brillare nella sua anima un sole più bello di quello di questa terra, e fare brillare in quel suo oscuro e isolato luogo i più dolci e i più caldi raggi della sua grazia.

Un pomeriggio del mese di giugno un rumore insolito attirò l’attenzione della fanciulla coricata come al solito sul suo letto vicino alla finestra. Un carretto carico di mobili entrava nel cortile. Una donna vestita di nero e una bambina lo seguivano. Adèle vide il carretto fermarsi davanti alla casa di fronte, si scaricarono i mobili, la sconosciuta e sua figlia entrarono nella casa e il veicolo si allontanò. I giorni successivi si poteva vedere una finestra, di solito chiusa, aperta e adorna di tende bianche. Poi ogni mattina la bambina passava, mentre si recava a scuola, con alcuni libri in mano. Non giocava nel cortile, ma quando ci passava lo faceva correndo allegramente e cantando. Un giorno Adèle sentì la vicina cantare un bel cantico mentre era occupata a raccogliere dei frammenti di legno sparsi nel cortile. Era la prima volta in vita sua che Adèle sentiva cantare, e perciò prestava tutta la sua attenzione alla dolce voce che risuonava così vicino a lei. Osando a malapena respirare, con la bocca socchiusa, l’occhio umido, lo sguardo fisso, non perse nessuna delle note armoniose del seguente cantico:

 

Tristemente erro quaggiù

Nei pianti e nella sofferenza;

Di viaggiare sono stanco;

Ma una dolce speranza

Viene a fortificare il mio cuore,

E a inondarlo di felicità.

 

Più in alto di questo triste luogo,

In una gioia eterna,

Ben al di là del cielo azzurro,

C’è la più bella delle città.

È la città dell’Iddio forte,

Dove non regna più la morte.

 

Là, riuniti tutti un giorno,

E per sempre nella gloria,

Nella pace e nell’amore,

Cantando l’inno della vittoria,

Presso a Dio nei cieli,

Saremo sempre felici.

 

Gli occhi di Adèle si erano riempiti di lacrime, il suo cuore batteva con forza, un’emozione che le era sconosciuta si era impadronita di tutto il suo essere, e la dolce voce ch’ella ascoltava ancora si era taciuta. Avrebbe voluto chiamare la cantante, ma non osò farlo e seguì tristemente con lo sguardo l’allegra bambina che ritornava a casa sua. La sera di quello stesso giorno, sentendosi più sofferente del solito (il caldo era stato soffocante tutto il pomeriggio), Adèle chiese che fosse lasciata durante la notte vicino alla finestra aperta. Venne la notte, una bella e calda notte d’estate; la volta celeste, costellata da innumerevoli stelle, si estendeva al disopra della terra addormentata. Adèle non dormiva, i suoi dolori la tenevano sveglia, si agitava sul letto, e cercava invano il riposo e il sonno. Insensibilmente il suo sguardo si elevò verso il cielo, e si fermò a contemplare i mondi brillanti che scintillavano nel cielo al disopra della sua testa. Poco a poco quello spettacolo la calmò, le lacrime cessarono, un sentimento particolare e tutto nuovo per lei venne a far battere il suo cuore, e i versi della piccola vicina le riaffiorarono alla memoria:

 

Presso a Dio nei cieli,

Saremo sempre felici.

 

"Sempre felici!" pensava ella. Oh! Io vorrei sapere se un giorno potrò esserlo; è nel cielo che si è felici, lassù tra le stelle. Ah! Sono sicura che deve essere molto bello. Ma come ci si può andare? Se soltanto lo sapessi! Forse quella bambina lo sa; se potessi parlarle! Così pensava la povera Adèle, e gli tornava sempre in mente questa domanda: Come posso andare in cielo dove si è felici?

La notte trascorse per lei in quei pensieri e, venuta la mattina, ai primi raggi del sole, la finestra dalle tende bianche si aprì, e Berthe, la piccola vicina, vi comparì. Guardò per un momento le nuvole bianche che passavano nel cielo azzurro, poi il suo sguardo, abbassandosi verso il cortile, scòrse la malata e le sorrise, ma se ne andò subito. Adèle guardava sempre alla finestra, ma la bambina non ricomparì, e stanca di guardare così a lungo si lasciò andare indietro con un sospiro quando una dolce voce la fece sussultare. Era Berthe che era scesa per dirle una parola di amicizia. Il cuore di Adèle batté di gioia e il suo pallido volto si colorò di un rosso vivo.

- Come ti chiami? domandò Berthe.

- Adèle, rispose a voce molto bassa la bambina malata.

- Perché stai alla finestra così presto? Sei rimasta così tutta la notte?

- Sì, rispose la bambina. Soffrivo così tanto che ho chiesto di restare qui, e vi ho trascorso la notte come vi trascorro la giornata.

- Sei sempre sola, aggiunse la piccola e buona Berthe, non hai una sorella che gioca con te, che ti legge delle belle storie o ti canta degli inni?

- No, rispose Adèle piangendo, non ho nessuno. Sono sempre sola…

- Ma potresti leggere un po’. Se lo vuoi, ti presterò un libro con delle immagini.

- Non so leggere, rispose Adèle sempre piangendo.

Ebbene! rispose l’eccellente bambina, chiederò a mamma il permesso di venire da te e ti leggerò qualche cosa; quindi non piangere, non essere triste, io voglio essere tua amica. E gettando le braccia intorno al collo della piccola inferma, l’abbracciò con tenerezza; ma sentendo la voce di sua madre che la chiamava dalla finestra si affrettò a correre presso di lei. Adèle la seguiva con gli occhi con ansietà, chiedendosi se sua mamma le avrebbe permesso di ritornare da lei. "Mi canterà forse qualcosa", pensava ella, "oh! io vorrei sapere perché mi ama tanto, io che non le avevo mai parlato".

Trascorsero così alcune ore che ad Adèle sembrarono molto lunghe. Ma improvvisamente si sentirono di nuovo dei passi leggeri, e Berthe che passava per andare a scuola le disse con gioia: "Verrò, mamma mi ha dato il permesso". E dopo un affettuoso bacio, la lasciò correndo.

Infatti, ella ritornò e le ore che Berthe trascorse accanto a lei furono molto dolci alla povera inferma. Il suo cuore, così spesso pieno di tristezza e di amarezza, si aprì all’affetto così tenero e così delicato della sua giovane amica. Ella le confidò le sue sofferenze, le disse come l’aveva sentita cantare, e come aveva desiderato ardentemente di poterle chiedere in che modo si può andare in cielo dove si è sempre felici. Berthe rispondeva con gioia a tutte quelle domande, e Adèle udì per la prima volta il messaggio dell’amore di Dio. Ella seppe che era amata, che era stata amata da sempre dal Salvatore, e quando sentì il racconto delle sue sofferenze e della sua morte le scesero molte lacrime dagli occhi.

La madre di Berthe aveva avuto dapprima qualche scrupolo a permettere alla sua bambina, che aveva così accuratamente sorvegliata e preservata da cattive compagnie, di recarsi spesso in quella dimora oscura e sporca, di cui temeva l’atmosfera corrotta. Ma la pressante preghiera di Berthe aveva fatto cessare le sue esitazioni, ed ella aveva alla fine acconsentito con gioia, vedendo in quella circostanza una guida provvidenziale alla quale non credeva di dover opporsi. Ella ben presto si interessò ancora di più a ciò che faceva la sua cara figlia, e si associò con le sue preghiere all’opera che Dio le aveva dato da fare nella sua debolezza. Sì, era proprio l’opera di Dio, e Berthe la compiva sotto il suo sguardo, e perciò ricevette dall’alto la sua preziosa benedizione.

Ma chi dunque aveva insegnato a Berthe le verità che spiegava alla sua nuova amica? I suoi genitori, risponderete voi probabilmente. Infatti, fin dall’infanzia era stata nutrita delle sacre Scritture, le avevano insegnato a volgere lo sguardo al Salvatore, le avevano parlato del suo amore per i peccatori, della sua morte e della sua risurrezione. Ma quantunque fosse sempre stata una bambina gentile e docile, fu soltanto alla morte di suo padre che quei semi divini fruttarono nel suo cuore, e che per la grazia di Dio ella intese e ricevette a salvezza la Buona Novella. Quando la ragazzina vide suo padre buono e affettuoso coricato immobile sul letto di morte, quando vide le abbondanti lacrime di sua madre, anche lei versò molte lacrime, e capì allora, come non l’aveva mai fatto, che cosa fosse la morte. Ella sapeva che suo padre si era addormentato in Gesù, che era felice vicino al Signore. Ma, pensava, se fossi al suo posto, che ne sarebbe di me? La sua disperazione fu grande, e tanto più grande in quanto, vedendo sua madre così afflitta, non le comunicò le sue paure e le rinchiuse nel suo cuore. Ma ella aveva imparato a pregare ed è nel cuore di Dio che versò le sue pene e che cercò il sollievo ai suoi terrori. La sua richiesta fu udita da Colui che su questa terra accoglieva i piccoli bambini; e la più dolce gioia, la pace più perfetta vennero a riempire la sua anima. Da quel momento il suo desiderio più ardente fu di dire a sua madre ciò che era accaduto in lei. Quella buona madre ne fu molto felice, fu una potente consolazione al suo dolore. Il loro affetto si trovò rafforzato dalla comunanza di sentimenti e di pensieri, insieme pregarono e chiesero a Dio il suo aiuto nella loro afflizione. Insieme lessero la Parola di vita, e l’anima di Berthe si aprì sempre di più ai suoi divini insegnamenti. Mostrò quindi subito con i frutti la vita che era in lei, e la sua condotta diventò sempre più pia e buona, ella fu la gioia di sua madre, il raggio di sole della povera vedova. Dio poneva davanti a lei un’opera da fare, e quel giovane cuore sottomesso alla volontà divina la compiva con gioia chiedendo a Dio forza e aiuto.

L’estate trascorse così per le nostre due amiche in una dolce intimità, e arrivò presto l’autunno, piovoso e freddo. Non conveniva più ad Adèle restare vicino alla finestra, il lettino era stato messo in fondo alla camera. Ma sebbene condannata ad un’oscura reclusione, la giovane inferma non piangeva, non gemeva. Che cosa le era dunque accaduto? Ah! La pace di Dio abitava quel giovane cuore, e lo riempiva di una dolcezza e di una pazienza veramente ammirevoli. Tutti intorno a lei ne erano colpiti, sua madre l’ammirava, e quantunque non capisse tutto quello che le diceva sua figlia, era contenta di vederla consolata, e il suo affetto per lei crebbe. Il padre di Adèle riteneva che sua figlia era diventata una strana creatura, ma era contento di vederla sorridere o di sentirla cantare molto dolcemente. I suoi fratelli stessi subivano quella dolce influenza; quando la pioggia inondava il cortile e li costringeva a rientrare, era intorno al letto di Adèle che venivano a mettersi, e spesso le storie della Bibbia che gli raccontava la loro sorella li teneva tranquilli per più di un ora.

E a chi era dovuto tutto quel cambiamento? Dopo Dio, alla nostra amica Berthe. Era lei che ogni giorno aveva dedicato tutto il suo tempo libero alla povera piccola. Aveva avuto pietà delle sue sofferenze, le aveva comprese e alleviate per quanto fosse in suo potere. Le leggeva le Sacre Scritture e aveva anche cominciato a insegnarle a leggere. Spesso durante le lunghe ore di solitudine, Adèle leggeva lentamente alcuni bei passaggi della piccola Bibbia che le aveva donato la madre di Berthe, e quelle parole divine cadevano sul suo cuore come una benefica rugiada. La madre di Berthe era venuta talvolta anche lei a visitare la piccola Adèle, ma temendo di sembrare importuna ai suoi genitori, aveva lasciato che fosse solo sua figlia a farle visita, accontentandosi di pregare per lei e di dirigerla con i suoi consigli. A volte tuttavia aveva portato un piatto delicato o qualche frutto alla malata, e i genitori di questa non erano potuti rimanere indifferenti a un affetto così toccante e così disinteressato. Se ne rese ben conto quando un giorno la madre di Adèle accorse tutta in lacrime presso di lei.

- Oh! Signora, esclamò con angoscia; venga, la prego, venga a visitare la mia povera piccola! Sta per morire!...

- Da quando sta dunque così male? domandò prontamente la madre di Berthe, non credevo che fosse più sofferente del solito.

- Oh! No, non soffre di più, rispose la madre piangendo. Da una settimana era così debole, così debole, ma sempre così dolce, cara fanciulla. Ma oggi, o Signora, quando l’ho guardata questa mattina, come era cambiata! Quando sua figlia è passata andando a scuola, Adèle le ha detto: "Vieni alle 11", come se temesse di non rivederla più. Poi, un momento fa, mi ha detto all’improvviso: mamma, va a cercare la Signora, credo che me ne vado. E sono venuta, Signora, poiché so che lei aiuterà questo povero angelo a morire.

- È il Signore Gesù che l’aiuterà, rispose con emozione la madre cristiana, e sua figlia lo conosce e lo ama. Dicendo queste parole, entrò nella camera oscura e si avvicinò al letto della piccola malata:

- Non è vero, bambina mia, le disse con una voce affettuosa e dolce, che tu ami il Signore Gesù?

Lo sguardo spento di Adèle si ravvivò improvvisamente, una lacrima brillò nel suo occhio, e rispose debolmente con voce rotta: "Egli porterà i suoi agnelli in petto". Poi facendo uno sforzo:

- Signora, mi vuole dare quel piccolo libro sotto il mio cuscino? E non appena lo ebbe in mano disse:

- Tieni, mamma, è per te, è la mia Bibbia. La leggerai, vero?... Ma non puoi, non sai… E una dolorosa espressione di tristezza passò su quel giovane volto.

- Lo leggerò io stessa a tua madre, mia cara bambina. Te lo prometto, rispose l’amica cristiana, e tua madre desidererà forse anche imparare a leggere.

- Oh! Mamma, promettimelo, esclamò la piccola con una forza straordinaria.

- Sì, mia beneamata ti prometto tutto, rispose piangendo la madre affranta, abbracciando sua figlia e rimettendola sui suoi cuscini.

Adèle rimase alcuni istanti silenziosa e come incapace di parlare. La sua respirazione affannosa interrompeva solo il silenzio.

- Dove sono i miei fratelli? chiese alla fine, vorrei abbracciarli ancora.

La madre li chiamò, stavano fuori, silenziosi e colpiti, non capendo bene che cosa stava accadendo alla loro sorella, ma temendo vagamente qualche disgrazia. Entrarono senza far rumore. La madre, prendendoli uno dopo l’altro fra le sue braccia, avvicinò la loro fronte alle labbra pallide della morente.

- Addio, Charles; addio, Paul, mormorò questa, amate Gesù e andrete anche voi in cielo…

Il respiro le mancava quasi a ogni parola. A stento aggiunse:

Mamma, dirai addio a papà per me. Lo amo molto, digli di leggere anche… di amare Gesù…

Poi, volgendo lo sguardo verso la buona vicina che la sosteneva le disse:

- Quando verrà Berthe?

Allo stesso istante, si sentì un passo leggero, e Berthe comparì sulla soglia. Capì immediatamente la condizione della sua amica, e si fermò un momento con gli occhi pieni di lacrime. Ma Adèle l’aveva scòrta e le tese le braccia. Le due fanciulle si abbracciarono in un lungo abbraccio.

- Me ne vado, disse Adèle con una voce quasi spenta. Non piangere, Berthe… Sono così felice… sai… il cielo è così bello, canta, Berthe, canta… sempre felici!

Ricadde esausta; ma vedendo che Berthe non cantava, le fece segno, e la nostra amica, reprimendo le lacrime, cominciò debolmente il cantico tanto amato: Tristemente erro quaggiù…

Che scena in quella camera bassa e oscura! Quella bambina che lottava contro la morte, che contemplava con amore quell’altra bambina la cui tremolante voce parlava di un altro mondo, di un mondo di luce e di felicità. Quelle due donne, una commossa ma sul volto della quale si leggeva raccoglimento e adorazione, l’altra che singhiozzava con amarezza, incapace di capire tutto ciò che succedeva nell’anima della sua bimba, ma soggiogata da quella fede così come dalle diverse emozioni che si davano battaglia nella sua anima. Per Adèle l’ultimo momento era arrivato, il suo petto ansimava con sforzo, il suo respiro era oppresso e sibilante, ma quale espressione su quel viso pallido, su quei lineamenti alterati! La dolce voce cantava sempre, lo sguardo ineffabile della morente era sempre fisso sulla sua amica. Quando Berthe ebbe finito, le labbra di Adèle si mossero come per parlare, ma il suono spirò sulla bocca, le palpebre si chiusero e si affossarono gradualmente, il petto si sollevò ancora faticosamente, poi un sorriso passò all’improvviso su quel volto pallido, le manine si agitarono e ricaddero, e fu tutto… La morte aveva afferrato la sua preda. Ma no, non era la morte che aveva ottenuto la vittoria in quella lotta estrema; la pace che emanava quel piccolo viso parlava di vita e d’immortalità, e l’anima vittoriosa, affrancata da ogni ostacolo, godeva pienamente il riposo della casa del Padre.

Fu una grande perdita per Berthe quella della sua amichetta, ne provò un grande vuoto. Si era così ben abituata a vederla ogni giorno, a ogni istante, che non poteva passare davanti alla finestra senza una dolorosa stretta al cuore. Ma quell’anima affettuosa non poteva fare a meno di manifestare il suo affetto verso altri, e perciò non tardò a riversare sui fratelli di Adèle l’interesse che aveva provato per la sorella. Ottenne dalla loro madre il permesso di farli entrare in una scuola, dove li poteva accompagnare ogni giorno andandoci ella stessa. Le promise di sorvegliarli come se fosse stata la loro propria sorella, e mantenne la parola data. Gli faceva ripetere le lezioni, raccontava loro belle storie, e insegnò loro a cantare dolci cantici.

Dal canto suo la madre di Berthe estendeva la stessa premura alla vicina afflitta. Le letture della Parola di Dio ch’ella le fece il più regolarmente che fosse possibile, ebbero per la grazia di Dio un effetto benedetto sulla sua anima. È così che Berthe e sua madre continuarono tranquillamente la loro opera, accompagnata dalla benedizione del Signore che da quel letto di morte fece uscire il bene di tutta una famiglia.

 

Testimonianza tratta da: La Bonne Nouvelle (La Buona Novella) 1869 pag. 193-206

 

Traduzione dal francese di Illuminato Butindaro

 

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