Il martirio di Policarpo, vescovo di Smirne

 

Policarpò morì martire in quel tempo, (la data del martirio, che Eusebio, nella Cronaca, pone nel 177, è fissata all'epoca di Antonino Pio) mentre l'Asia era sconvolta da grandissime persecuzioni. Ritengo assolutamente necessario riportare il racconto della sua morte, conservatosi ancor oggi per iscritto. Esiste infatti la lettera indirizzata alle diocesi della regione a nome della Chiesa di cui egli era a capo, che così dice al suo riguardo:

"La Chiesa di Dio che risiede a Smirne alla Chiesa di Dio che risiede a Filomelio e a tutte le diocesi della santa Chiesa cattolica sparse in ogni luogo. Si moltiplichino la misericordia, la pace e l'amore di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo. Vi abbiamo scritto, fratelli, a proposito di coloro che hanno subìto il martirio e del beato Policarpo, che con il suo martirio ha come sigillato e conchiuso la persecuzione".

Quindi, prima della storia di Policarpo, vi si narrano quelle degli altri martiri, descrivendo la fermezza da loro mostrata di fronte ai tormenti. Si dice infatti che gli spettatori presenti nel circo rimasero colpiti a vederli: lacerati dai flagelli sino alle vene e alle arterie più profonde, al punto che si arrivò a vederne persino le parti più nascoste; stesi su triboli e punte aguzze; e infine, dopo aver subìto ogni specie di supplizio e tortura, venivano dati in pasto alle belve. Raccontano che si segnalò in particolare il coraggioso Germanico, che superò con la grazia divina la paura innata della morte fisica. E mentre il proconsole voleva dissuaderlo, allegando la sua età e supplicandolo, giacchè era ancora così giovane e nel fiore degli anni, di aver pietà di se stesso, egli non esitò e con coraggio attirò la belva su di sé, quasi costringendola ed eccitandola, perché lo liberasse al più presto da questa vita ingiusta ed iniqua. Di fronte alla nobile morte di costui, l'intera folla fu stupefatta dal coraggio del pio martire e dal valore di tutta la stirpe cristiana, e cominciò a gridare all'unisono: "Basta con gli atei! Si cerchi Policarpo!". A tali grida seguì un grande tumulto, e un tale, frigio di stirpe, di nome Quinto, che era arrivato di recente dalla Frigia, vedendo le belve e tutti gli altri supplizi che lo minacciavano, si perse d'animo e cedette, rinunciando infine alla salvezza. Il testo della lettera sopra citata riferisce che egli si presentò in tribunale insieme con altri più per presunzione che per devozione: la sua caduta offrì quindi a tutti un chiaro esempio di come non si dovessero affrontare simili rischi senza convinzione. Così morirono questi uomini.

Quanto all'ammirevolissimo Policarpo, all'udire queste cose dapprima rimase calmo, mantenendosi fermo e saldo come sempre, e volle restare in città, ma poi obbedì ai compagni che lo pregavano e lo supplicavano di allontanarsi, e si ritirò in un podere non lontano dalla città, dove visse con pochi compagni, non facendo altro, notte e giorno, che perseverare nelle preghiere al Signore. Pregando, invocava e implorava la pace per le Chiese di tutta la terra, come era sempre stata sua abitudine. Tre giorni prima del suo arresto, ebbe di notte una visione, e vide il cuscino che era sotto la sua testa incendiarsi improvvisamente e consumarsi. Al che si svegliò e spiegò subito la visione ai presenti, pur senza predire il futuro e annunciare chiaramente ai compagni che doveva morire per Cristo sul rogo. Poiché coloro che ne erano stati incaricati, lo ricercavano con grande zelo, costretto dall'affetto e dall'attaccamento dei fratelli, si dice che si trasferì in un altro podere; e qui, poco dopo, sopraggiunsero i suoi inseguitori e arrestarono due servi che vi trovarono. Da uno di loro vennero a sapere, torturandolo, il nascondiglio di Policarpo. Arrivativi a tarda ora, lo trovarono che riposava in una soffitta, da dove gli sarebbe stato possibile passare in un'altra casa, ma egli non volle e disse: "Sia fatta la volontà di Dio". Avendo saputo della loro presenza, come riferisce il racconto, scese giù e parlò con loro con un viso dolcissimo e così lieto, che a quelli, che non l'avevano mai conosciuto prima, parve di vedere un miracolo, quando osservarono quell'uomo di età avanzata dal portamento venerando e calmo, e si meravigliarono di tanta preoccupazione per arrestare un simile vecchio. Senza indugi egli fece preparare subito una tavola per loro e li invitò a un abbondante pranzo, poi chiese loro un'ora soltanto, per pregare in pace. Gliela concessero ed egli, alzatosi in piedi, pregò pieno della grazia del Signore, al punto che i presenti, sentendolo pregare, rimasero stupefatti e molti di loro si pentirono che un vecchio così venerando e pio stesse per essere ucciso. Lo scritto che lo riguarda continua testualmente così:

"Quando terminò la preghiera, dopo aver ricordato tutti coloro che aveva incontrato, piccoli e grandi, illustri ed oscuri, e l'intera Chiesa cattolica sparsa nel mondo, venuta l'ora di andare, lo misero su di un asino e lo portarono in città, un sabato di festa. Lo incontrarono l'irenarca Erode e suo padre Niceta, i quali, fattolo salire sulla loro carrozza, gli si sedettero vicino e cercarono di convincerlo, dicendo: "Che male c'è a dire: Cesare signore, e a sacrificare per salvarsi?". Egli dapprima non rispose, poi, dato che essi insistevano, disse: "Non intendo fare ciò che mi consigliate". Allora, non riuscendo a persuaderlo, gli rivolsero male parole e lo fecero scendere tanto in fretta, che uscendo dalla carrozza si sbucciò lo stinco, ma egli, senza neppure voltarsi, come se non avesse sentito niente, proseguì a piedi in fretta e di buon grado, e fu condotto allo stadio. Qui il clamore era così grande, che nessuno avrebbe potuto farsi sentire. Ma all'ingresso di Policarpo nello stadio una voce scese dal cielo: "Sii forte, Policarpo, e comportati da uomo!". Nessuno vide chi parlava, ma molti dei nostri che erano presenti udirono quella voce. Mentre veniva condotto, vi fu un grande tumulto da parte di quanti avevano udito che Policarpo era stato preso. Venuto quindi avanti, il proconsole gli chiese se fosse Policarpo, e poiché egli lo confermò, tentò di persuaderlo ad abiurare dicendo: "Rispetta la tua età", e altre cose simili che usano dire, come: Giura per il genio di Cesare, pentiti, di': Basta con gli atei! Allora Policarpo, guardando col volto serio la folla che era nello stadio, agitò verso di essa la mano e gemendo levò gli occhi al cielo, e disse: "Basta con gli atei!". Ma il proconsole insisteva: "Giura, e ti lascerò andare. Insulta Cristo". Policarpo rispose: "Lo servo da ottantasei anni e non mi ha fatto alcun torto: come posso bestemmiare il mio re, colui che mi ha salvato?". E l'altro insisteva: "Giura per il genio di Cesare". Allora Policarpo disse: "Se ti illudi che io giuri per il genio di Cesare, come dici fingendo di non sapere chi sono io, ascolta bene: io sono cristiano. E se vuoi conoscere la dottrina del Cristianesimo, concedimi un giorno e stammi a sentire". Rispose il proconsole: "Convinci il popolo!". E Policarpo: "Ho stimato degno di un discorso te, perché ci hanno insegnato a tributare ai magistrati e alle autorità istituiti da Dio l'onore che loro compete, se questo non ci porta danno, ma costoro non meritano di ascoltare la mia difesa". Riprese il proconsole: "Ho delle belve. Ti consegnerò a loro, se non cambi idea". Rispose Policarpo: "Chiamale. Non cambieremo parere per andare dal meglio al peggio, mentre è bello passare dal male alla giustizia". E l'altro: "Ti farò domare dal rogo, se non t'importa delle belve, a meno che tu non cambi idea". E Policarpo: "Tu minacci un fuoco che brucia un momento e poco dopo si spegne, perché non conosci il fuoco del giudizio che verrà e della punizione eterna riservata agli empi. Ma perché indugi? Fa' venire ciò che vuoi". Dicendo queste e molte altre cose ancora, si riempì di coraggio e di gioia, e il suo viso si colmò di grazia, così che non solo non si spaventò alle parole rivoltegli, ma fu anzi il proconsole ad essere scosso, ed inviò un araldo in mezzo allo stadio ad annunciare tre volte: Policarpo ha confessato di essere cristiano. Appena l'araldo lo annunciò, tutta la folla di pagani e di Giudei abitanti a Smirne urlò a gran voce con ira incontenibile: "Questo è il maestro dell'Asia, il padre dei Cristiani, il distruttore dei nostri dei, colui che insegna a molti a non sacrificare e a non adorare". Così dicendo, urlarono e chiesero all'asiarca Filippo di lasciar libero un leone contro Policarpo, ma egli rispose che non gli era permesso perché lo spettacolo delle belve si era concluso. Allora pensarono bene di reclamare tutti a gran voce che Policarpo fosse bruciato vivo. Doveva così avverarsi la visione del cuscino che gli apparve mentre pregava, quando lo vide bruciare, e rivolto ai fedeli che erano con lui, profetizzò: "Devo essere bruciato vivo". Il che avvenne quasi prima che fosse detto, giacchè la folla raccolse immediatamente dalle botteghe e dalle terme legna e fascine, e si prodigarono con alacrità soprattutto i Giudei, come era loro abitudine. Appena il rogo fu pronto, dopo essersi levato da solo tutti gli abiti, sciolto il cinto, prese a levarsi anche i calzari, cosa che prima non faceva mai da sé, perché ogni fedele cercava di farlo per essere il primo a toccare la sua pelle: a causa della sua santità, venne infatti onorato in tutto ancora prima della vecchiaia. Quindi gli si misero subito intorno i materiali adatti al rogo. Quando fecero per inchiodarlo, disse: "Lasciatemi così. Perché colui che mi concede di sopportare il fuoco, mi concederà anche di resistere fermo sul rogo senza bisogno dei vostri chiodi". Allora non lo inchiodarono, ma lo legarono. Messe le mani dietro alla schiena, fu legato, come un montone scelto da un grande gregge in olocausto accetto a Dio onnipotente, e disse: "Padre del tuo amato e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo conosciuto, Dio degli angeli e delle potestà, ti benedico per avermi ritenuto degno di questo giorno e di questo momento, rendendomi partecipe, nel numero dei martiri, del calice del tuo Cristo per la risurrezione dell'anima e del corpo nella vita eterna e nell'incorruttibilità dello Spirito Santo. Possa io oggi essere accolto fra loro innanzi a te in un sacrificio pingue e gradito, quale tu stesso mi hai preparato e manifestato e porti ora a compimento, Dio verace e leale. Perciò io ti lodo anche per tutte le cose, ti benedico, ti rendo gloria per mezzo del pontefice eterno Gesù Cristo tuo Figlio diletto, e per mezzo suo sia gloria a te in unione con Lui nello Spirito Santo ora e sempre nei secoli venturi, amen".

"Pronunciato l'amen e terminata la preghiera, gli addetti appiccarono il fuoco, e mentre divampava una grande fiamma assistemmo ad un miracolo, noi a cui fu dato di vedere e che fummo serbati per raccontare agli altri ciò che avvenne. Il fuoco, infatti, prese forma di volta, come una vela di nave gonfiata dal vento, e circondò il corpo del martire, che vi era in mezzo non come carne che bruciava, ma come oro e argento arroventati in una fornace. E noi sentimmo un odore acuto come il profumo d'incenso o di altri aromi preziosi. Quei malvagi, infine, vedendo che il fuoco non riusciva a consumare il suo corpo, ordinarono ad un confector (l'esecutore, colui che nell'arena 'finiva' il lottatore o la belva già ferita) di andare a conficcarvi una spada. Fatto questo, ne uscì una tale quantità di sangue, che il fuoco si spense e tutta la folla stupì di una così grande differenza tra i non credenti e gli eletti, uno dei quali fu certamente il meraviglioso Policarpo, maestro apostolico e profetico nostro contemporaneo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne: ogni parola che uscì dalla sua bocca si è avverata e si avvererà. Ma il Maligno, rivale astuto, avversario della stirpe dei giusti, vedendo la grandezza del suo martirio, la sua condotta da sempre irreprensibile, la corona d'incorruttibilità da cui era cinto, il premio incontestabile ottenuto, si adoperò perché almeno il suo cadavere non fosse raccolto da noi, malgrado molti desiderassero farlo per avere con sé il suo santo corpo. Alcuni suggerirono quindi a Niceta, padre di Erode e fratello di Alce, di supplicare il governatore perché non consegnasse il suo corpo, 'per timore' disse 'che si mettano a venerare costui, dimenticando il Crocifisso'. Dissero questo consigliati ed istigati dai Giudei, che ci spiavano quando stavamo per toglierlo dal rogo, perché non sanno che noi non potremo mai né abbandonare Cristo, che subì la passione per la salvezza di coloro che nel mondo intero sono salvati, né venerare qualcun altro. Perché Lui, noi l'adoriamo in quanto Figlio di Dio, mentre i martiri, li amiamo giustamente in quanto discepoli ed imitatori del Signore a causa del loro insuperabile amore per il proprio re e maestro. Voglia il cielo che anche noi possiamo essere loro compagni e condiscepoli! Il centurione, allora, vedendo la contesa provocata dai Giudei, fatto mettere il cadavere in mezzo, secondo la loro abitudine ordinò di bruciarlo.

Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, Libro IV 15,1-43

 

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