Gabriela Mentonini

 

Il culto evangelico era compiuto; i fratelli raunati eransi tutti di pari consentimento uniti a benedire Dio per le sue grazie, ed eransi messi sotto la protezione del gran "Pastore d’Israel". La piccola famiglia era seduta a desco per la sua frugale cena, quando si fece sentire alla porta un bussare strepitoso, e nello stesso tempo gridare ad un gondoliere, ordinandogli di restare lì e legare la sua barca. Gabriela, che era sempre all’erta per considerare i segni che annunziassero un qualche pericolo, corre al balcone per vedere di chi fosse la gondola che si era avvicinata alla sua casa. Mentre guardava essa con ansietà, un giovane le fece segno premuroso di volerle all’istante parlare: essa lo riconobbe per essere stato barcaiuolo o gondoliere del padre di suo marito; fecelo entrare, e, prevedendo un qualche nuovo malore, andando verso il marito, disse al giovane che entrava: "Che cosa è accaduto, Antonio? Che cosa vi muove a venire con tanta premura?"

"Oh Signora, io non so come dirvelo; ma il vostro nome e quello del vostro marito sono stati denunciati all’inquisizione: siete accusati di eresia; ed i famigliari del terribile tribunale sono forse a quest’ora in cerca di voi. Oh cara padrona, cosa si dovrà fare?"

Il marito, che era sul punto di essere padre, si avvicina alla addolorata moglie, e con un braccio sostenendola, con l’altra mano le indica una truppa di sgherri, fra’ quali era un prete, che giusto in quel punto erano scesi dalla gondola. In un momento tutti i libri sparirono. Un fatto assai singolare, ma vero di que’ tempi è che la Bibbia manoscritta che si leggeva fra loro nelle raunanze, quella Bibbia che aveva loro mostrata la via di salvezza, e la luce della verità divina, era portata attorno di casa in casa ove si facevano le riunioni. Quella Bibbia era un libro non rilegato, i quaderni del quale si portavano attorno al corpo, ricoperti dalle ampie vesti di quel tempo, e così erano celati alla vista degl’indiscreti. Per l’arresto del nostro Vincenzo bastò l’accusa di avere tenuta una riunione religiosa in sua casa.

La povera Gabriela vide portarsi via il marito da quegli uomini che lo avevano denunciato, e non poteva comprendere perché essa ancora non fosse stata arrestata: ma le leggi della repubblica in quel tempo consideravano le donne non responsabili delle azioni dei loro uomini, e così essa fu lasciata libera. Vincenzo era stato accusato: era sopra di lui che doveva cadere la vendetta di coloro che lo odiavano cordialmente, perché in lui vedevano spuntare l’aurora di quella nuova vita che avrebbe dissipate quelle nere nuvole che rendono pallido ed oscurano il sole di giustizia; nuvole create da tutta la fazione clericale per involgere il mondo nella ignoranza religiosa. È pur cosa consolante il pensare che sebbene in novantacinque casi su cento la morte era preceduta, e spesso anche cagionata dalle barbare e crudeli torture date dalla inquisizione; pure vi furono in que’ primi tempi della riforma religiosa uomini così prodi e coraggiosi, che dispregiavano tutti gli orrori delle torture e del rogo, e li affrontavano animosi, aggiungendo così i loro nomi alla nobile schiera de’ martiri che sono nel cielo, l’esempio de’ quali accresce il coraggio ai loro fratelli che sono ancora sulla terra.

Rinchiuso appena nella prigione, il primo pensiero di Vincenzo fu di procurarsi un permesso per poter vedere la moglie; e, benchè egli supplicasse fino alle lacrime per averlo, gli fu bruscamente ricusato. Nelle prime settimane della prigionia di Vincenzo, la povera Gabriela non aveva altro mezzo per far conoscere il suo stato al diletto suo sposo, che quello del buon gondoliere. È un fatto curioso ed insieme interessante il vedere che le tante volte la bella astuzia dei gondolieri è giunta a far pervenire le notizie de’ loro cari agl’infelici prigionieri, o ad altre persone separate violentemente dalle loro famiglie; e riportare le novelle dei separati alle respettive famiglie. È un uso generale dei gondolieri di cantare quando essi spingono i loro remi, e rompono le acque fosforeggianti della bella laguna. In questa, come in altre simili occasioni, Antonio, il gondoliere che già i nostri lettori conoscono, dopo aver saputo quello che Gabriela voleva far sapere all’infelice suo marito, passava lentamente con la sua barca sotto le fenestre della prigione, e cantava le cose che doveva dire; e l’infelice prigioniero che era divenuto padre, consapevole dell’uso, stava ansiosamente aspettando per sentire e riconoscere la voce del gondoliere.

Finalmente sentì un "sta lì, premi:" ciò era detto per fissare l’attenzione di Vincenzo. Allora Antonio incominciò a cantare:

"La moglie adesso è madre,

Ed il fanciullo piange

Pel suo diletto padre,

Che cosa mai farà?

Che cosa mai dirà?

"La notte è senza stella,

Il giorno non risplende,

Finchè verrà la bella

Presenza del Signor,

Con fede e con onor.

"Deh! dite qualche cosa

Per lo suo cor che piange,

Con forza d’amorosa,

Tutta la notte e il dì,

Pel ben che disparì".

Antonio non cessò di cantare queste parole finchè non vide, a traverso dell’inferriata, una mano gettargli un sasso involto in una carta, sulla quale erano scritte alcune parole con la punta di una spilla; imperciocchè il povero Mentonini non poteva avere né inchiostro, né penne, né matita: su quella carta erano scritte queste parole dirette a Gabriela: "Rendi grazie a Dio, e non piangere per me; imperciocchè, se io non sono con te, Dio ti ha dato chi ti proteggerà fra qualche anno. Addio, amore del mio cuore e prezioso dono di Dio".

Il gondoliere vide subito la preziosa carta e la pose in sicuro; e quando la sconsolata Gabriela lesse quelle linee, volse i suoi occhi amorosi verso il suo piccolo bimbo, e vide in lui la immagine dell’assente genitore, e suo amorosissimo sposo. Questa inaspettata gioia risuscitò la speranza nell’afflitto suo cuore, che le diceva che le sarebbe stato restituito lo sposo. Povera Gabriela!

Ma i mesi passavano e non mai realizzavasi la sua speranza: Mentonini era sempre nelle prigioni dell’inquisizione, e niuno pensava a rimetterlo in libertà. Un nuovo modo di corrispondenza si era attivato fra Gabriela ed il suo marito: egli non aveva mai veduto il loro figlio; perché ogni corrispondenza con chicchessiasi al difuori, era rigorosamente vietata; ma un piccione domestico, essendo stato educato a portare la corrispondenza, passò per molto tempo inosservato fra’ suoi compagni, e gli occhi di lince dell’inquisizione non si avvidero per un pezzo dell’alato messaggiero. La corrispondenza di amore e di consolazione scambiata fra i due coniugi era per loro cosa preziosissima: ma essa non durò molto. Una mattina, andando Gabriela al balcone, come al solito, per dar da mangiare all’affezionato piccione, fu sorpresa di non sentire la carezzevole sua voce con la quale annunziava la sua presenza ed il suo ritorno: guardando, poi, vide il caro uccello morto e steso sul suo sangue, e pendente dal suo petto eravi una carta sulla quale era scritto: "Mai più".

Povera Gabriela! cosa essa farà adesso? La sua mente andava pensando ora ad una ora ad un’altra cosa, finoacchè si ricordò che un amico della sua madre, nella settimana innanzi, era andato ad abitare in un nuovo appartamento, precisamente incontro alla prigione ove il suo marito languiva da più mesi privo di ogni conforto che l’amore di qualcuno de’ suoi avrebbe potuto arrecargli.

"Certamente, Dio mi sostiene", diceva il marito in una delle sue letterine alla moglie, mandate ad essa prima della uccisione del fedele alato messaggiero. "Se così non osse, io sarei morto per non averti potuto vedere, o amata mia sposa; ma, per la beata verità divina, ho nel mio cuore tutto il bene che hanno coloro che sanno di avere Gesù per loro amico. Egli non permetterà che io abbia a soffrire più di quello che è per il mio bene; e quando la mia sofferenza è troppo grave, e le lacrime che la riflessione mi fa ritenere nel cuore incominciano a scorrere, sento che vi è una mano divina che le asciuga".

Gabriela fu fortunata potendo prendere in affitto alcune camere nella grande casa nuova dove era anche alloggiato l’amico della sua madre, e con allegrezza inesprimibile essa si avvide di aver trovato molto più di quello che cercava; imperocchè si avvide che ad una certa ora del giorno il suo marito con altri prigionieri passeggiavano in una grande sala che sembrava essere destinata come una specie di luogo di ricreazione per essi. È vero che la povera Gabriela non poteva dalla sua fenestra vedere che la sommità della testa del suo marito quando egli passeggiava; ma ciò era una vera grazia per essa, alla quale, dopo aver tanto pregato, era stato negato perfino il favore di potere una sola volta vedere il consorte.

Era cosa bella ad un tempo e dolorosa vedere Gabriela col suo fanciullo sulle ginocchia stare in guardia delle lunghe ore per potere, se fosse stato possibile, vedere il suo marito in quella solitaria e silenziosa passeggiata, che dagl’inquisitori era chiamata ricreazione. Intanto essa stringeva le delicate manine del suo bimbo nelle sue, pensando con molto dolore (ogni madre può comprendere facilmente lo stato di lei) che il suo diletto bimbo non aveva mai ancora ricevuto né un bacio né una benedizione dal suo padre. Nello stesso tempo però ricordavasi che sì essa che il suo diletto marito soffrivano per il santo Nome di Cristo; ed allora pregava con tutto il fervore del suo cuore per l’accrescimento della fede e della pazienza onde sopportare quella croce che la mano del suo Padre celeste aveva posta sopra di lei: ed allora succedeva nella sua mente una più calma disposizione di pensieri, ed il suo cuore era pieno di pace e di consolazioni spirituali.

Passarono ancora dei mesi, ed il figlio di Gabriela era giunto alla età di un anno. Mentonini era comparso due volte avanti il grande inquisitore; e, avendo sempre ricusato di rivelare da chi egli fosse stato istruito nella "nuova fede", fu dato ai tormenti e mandato nella terribile camera della tortura. Le sue sofferenze furono così atroci, che per poter sopportare così acerbi dolori del suo corpo pazientemente, non ci voleva che la forza che viene da Dio, mossa dal pensiero di Colui che tanto soffrì, e che "oltraggiato non oltraggiava all’incontro": la sua fede gli faceva udire, in mezzo al rumore degl’istrumenti di tortura, fra le voci dei carnefici e gl’ipocriti accenti degl’inquisitori, la voce di Gesù che gli diceva: "Sono io, non temere": e, come suggello di tale promessa, sentiva che la pace era nel suo cuore.

Il processo di Mentonini fu mandato molto per le lunghe; perciocchè in quel tempo si manifestò in Venezia un grande malcontento contro il Doge, e così la pubblica attenzione fu portata specialmente sulle cose politiche, e non si pensò alle cause religiose. Sembrava che il nostro povero Vincenzo dovesse morire nelle prigioni di crepacuore, mancando perfino degli aiuti e de’ buoni doni di Dio. Il tempo aveva portate molte e terribili sofferenze alla paziente e sofferente Gabriela. Abbiamo già detto che ella restava alcune ore del giorno nel suo nuovo appartamento per vedere la sommità della testa del diletto suo sposo quando passeggiava nella sala del suo carcere; ma una nuova disgrazia alla fine la incolse: il guardare sempre fisso in un luogo per più ore ogni giorno, alterò la sua vista, la offuscò, inguisachè essa non poteva più vedere distintamente come prima: una tale disgrazia la afflisse molto, perché la privava di quell’unica sua consolazione. Il medico le proibì di servirsi de’ suoi occhi, e le ordinò di tenerli sempre coperti con una benda di seta verde, per non esporli alla luce troppo forte. Ma chi poteva togliere alla amorosissima e addoloratissima moglie quella piccola particella di consolazione giornaliera? Andando fuori di casa con la madre, che cercava di consolarla, essa le diceva: "Madre mia cara, permettetemi soltanto di guardare per quel poco tempo; e poi vi prometto che mi nasconderò, che porrò la mia povera testa dove voi vorrete, farò quanto mi direte: ma, credetemi, io non posso vivere un giorno, perché il mio cuore si spezzerà se non ha questa misera consolazione. Oh come potrò io non rivedere quella cara mano, quella mano che è divenuta così scarna, quella nobile testa che è divenuta così grigia pe’ patimenti! Io posso pregare appoggiandomi alle promesse fedeli e veraci del mio Salvatore, e provarmi a dire dal fondo del mio cuore: Sì certo, o Padre, perché così ti è piaciuto".

Era perduta ogni speranza di liberazione per Mentonini. Il tempo volava per i liberi cittadini, ma quanto era lungo per il povero prigioniero! Per la umanità del carceriere, Mentonini aveva ricevuta una ambasciata per parte di sua moglie, e fu la prima che ricevè direttamente, nei suoi due lunghi anni di prigionia. Il suo cuore gli balzava nel petto quando sentì che il suo figlio lo chiamava "caro pappà"; e quando, allorchè la madre gli diceva che quel buon amico andava a vedere il di lui padre, che egli non aveva mai ancora veduto, il caro fanciullino con cuore appassionato aveva detto: "Il mio padre è nascosto, ed egli mi fa piangere per mia madre". Il prigioniero fu molto afflitto nel sentire che la sua moglie era per divenire interamente cieca. E sebbene nel suo stato di estrema debolezza fosse quasi certo che non gli restavano più molti mesi di vita; pure aveva sperato che nel suo stato di quasi moribondo, anche il durissimo cuore di un ufficiale della inquisizione si sarebbe commosso per ottenergli la grazia di abbracciare la sua moglie e il suo figlio, prima di essere da Dio chiamato nella patria celeste, a dar riposo al suo spirito stanco ed affaticato. Ma ora al suo cuore già estremamente afflitto si aggiunse la nuova afflizione. Posto anche che gli fosse accordata la grazia di rivedere la moglie, come si sarebbero veduti? Egli avrebbe voluto vedere la sua amata; ma, se le predizioni del medico si fossero verificate, assai prima che avesse egli potuto ottenere la grazia, quegli occhi che giammai si erano fissati su lui se non con sguardi amorosi, sarebbero stati privati della visiva facoltà; ed allora a tutte le altre sventure piombate sulla povera Gabriela, si sarebbe aggiunta la maggiore di essere vicina al marito e non poterlo vedere. Cotali pensieri erano insopportabili per il suo già troppo indebolito spirito, sicchè, sopraffatto da una mortale debolezza, l’afflitto Mentonini scoppiò in dirotto pianto.

Giunse finalmente il tanto temuto tempo nel quale Gabriela fissò per l’ultima volta il debole suo sguardo sulla faccia dell’amato suo figlio: ed essa divenne interamente cieca. Il continuo fissare il suo sguardo in un punto, l’agonia della sua mente continuata per anni, il modo come essa ogni giorno vedeva il suo marito (non ne vedeva che la sommità della testa, e questa divenuta grigia innanzi tempo, ed andava di mano in mano divenendo calva, come quella di un vecchio), avevano avuto per resultato la intera perdita della vista. Probabilmente avrebbe potuto essere alquanto sollevata nella sua infermità, con un solo rimedio; e questo, secondo le leggi di quel tempo, essendo un rimedio privilegiato, per averlo era necessario un permesso del Doge. Cotale rimedio era l’acqua di teriaca, assai famosa in que’ tempi in Venezia. La teriaca si preparava in Venezia con grandissima solennità. In un giorno destinato dal Doge, i fabbricanti di quel sovrano rimedio andavano processionalmente alla piazzetta di S. Bartolommeo, vestiti con abiti fatti di stoffe rosse, bianche e turchine; ed al suono strepitoso delle campane, le diverse droghe erano mescolate un poco per giorno, in guisa che la perfetta mescolanza non era compiuta che dopo sei giorni: quando essa era compiuta, allora un ufficiale della repubblica proclamava per tutti i principali capi di strada che la teriaca era in pronto per tutti quelli che la volessero, ed indicava il tempo ed il giorno nel quale si potesse ottenere il permesso per usarla.

Questo era il rimedio che Gabriela era consigliata a procurarsi, sebbene essa stessa avesse poca fede nella sua efficacia: ma, non essendovene altro, bisognava ricorrere a quello come all’ultima speranza. Essa però non sapeva come fare per ottenere il permesso di averlo, perché il suo nome era proscritto, come avendo anch’essa partecipato alla eresia del marito.

Ogni pensiero che riguardava la sua personale salute fu da essa messo da parte, quando essa seppe che il Mentonini ed alcuni altri dovevano fra poco essere definitivamente giudicati dalla santa inquisizione. Le sofferenze di quella povera moglie possono immaginarsi, descriversi non mai. Essa non prendeva riposo né giorno né notte. Accompagnata dalla madre che guidava i vacillanti suoi passi, la povera Gabriela andava in cerca di persone che forse potessero assisterla parlando in favore del suo marito: ma il governo repubblicano aveva paura della "nuova fede" che minacciava di essere sempre più conosciuta, era determinato a distruggerla prima che essa fosse divenuta popolare.

Finalmente arrivò il giorno nel quale Mentonini doveva essere, anche una volta, condotto avanti il tribunale. Egli aveva passate alcune ore in preghiera a Dio, ma il prete incaricato della cura religiosa dei prigionieri, non volle dargli più tempo di pregare, dopochè si avvide che il prigioniero non voleva nulla da lui. "Non è ancora troppo tardi per ritrattarvi, disse il furbo prete: la vostra moglie con la sua madre e col vostro bambino sono sulla piazza aspettando, per conoscere quale sarà la sorte che vi attende".

"Dio sosterrà loro e me, rispose l’addoloratissimo Vincenzo, e se è la sua santa volontà che io debba sopportare i più acerbi tormenti, e se a tutte le sofferenze dovrà aggiungersi il rogo, io posso ancora appoggiarmi su Colui che è morto per salvarmi. Ritrattarmi! No, padre: quand’anche fossi assicurato che tutte le più care speranze del mio cuore fossero oggi avverate, io non rinnegherei mai la mia fede; non vorrei per nessun conto perdere la speranza di rincontrare la mia diletta moglie ed il mio figlio, purificati da tutto quello che è carne, lassù nella casa del mio Padre; no, non lo farei neppure per tutto quello che il mondo intero potrebbe darmi".

"Infame eretico! sappi dunque che fra due giorni le tue ceneri saranno ammonticchiate sulla piazzetta".

Un tremito convulsivo mosse i muscoli della faccia al povero Mentonini nell’udire le crudeli parole del prete; ma, con quella calma che è il frutto della sofferenza cristiana, rispose: "Voi potete togliermi la vita, ma non potete nulla più. Mi avete tolta perfino la vista di tutti coloro che mi facevano cara la vita; ed ora io non riguardo ad altro che a quel tempo nel quale coloro che tanto amo mi raggiungeranno, ed ove, usciti dalla grande tribolazione, e lavati nel sangue dell’Agnello, non ci separeremo mai più. Un tale pensiero, padre mio, mi fa vedere il palo al quale sarò legato, ed il rogo sul quale sarò arso, come l’ingresso a quella gloria che né occhio mai vide, né orecchio ascoltò, né mente umana ha potuto mai adeguatamente concepire. Ah! abbandonate anche voi le vostre false ed inutili cerimonie, ed adorate Dio ed il suo Figliuolo Gesù Cristo!" Dicendo tali cose, una specie di estasi s’impadronì del prigioniero, e, gettandosi, in ginocchio pregò con tutto il fervore del suo spirito in favore del prete, come poteva solo fare un vero figlio di Dio. Mentonini sentiva il bisogno di pregare, affinchè tutti potessero gustare quella vera felicità che sorpassa ogni intendimento, che il Cristiano solo può conoscere, e che è la porzione di coloro che possiedono il loro Salvatore.

Era la sera, la sera di quel giorno nel quale il Mentonini erasi sentito leggere la sua sentenza "BRUCIATO". Cotale dolorosa morte era quella che lo aspettava: egli con sei altri dovevano essere arsi nello stesso giorno, non per altro delitto, che per avere praticata la "nuova fede", la quale era giudicata una eresia contro la Chiesa cattolica. Disteso sul suo giaciglio, e debole in modo da potere appena profferire una qualche parola, una specie di mutolezza s’impadronì di lui; e sembrava che le dure sofferenze del corpo avessero quasi estinta nella sua anima la facoltà di pensare. Però ad ogni istante dal suo cuore sgorgava una preghiera per domandare a Dio grazia, e per domandare che gli fosse concesso di rivedere ancora una volta la diletta sua moglie, e benedire il suo piccolo figlio. Gli sembrava pure una gran cosa di potere ottenere quello che con tanto affanno aveva le tante volte domandato, ma sempre inutilmente, di poter cioè vedere per la prima e l’ultima volta il suo piccolo figlio.

Nello stesso tempo, Gabriela era coricata sopra un letticciuolo priva de’ sensi ed immobile; e, vicino ad essa, era inginocchiata la vecchia sua madre. I di lei begli occhi privi però di luce erano chiusi, ed il pallore mortale sparso sul suo viso sembrava dire ch’essa era morta. Sarebbe stato un gran bene per Gabriela se realmente fosse avvenuto così; imperocchè una più grande e crudele prova la aspettava; e la sua morte a quell’ora sarebbe giunta per lei a tempo, e le sarebbe stato un beneficio. Certo la mano del suo Padre celeste era sopra loro, ed in quello che poscia accadde si vide la bontà di Dio verso la sua serva, che serbò la fedeltà fino alla morte, come ora vedremo.

Alcuni amici della nostra Gabriela avevano adoperata tutta la loro influenza per ottenere che i due infelici coniugi potessero rivedersi ancora, almeno una volta; e finalmente vi riuscirono. Fu permesso al prigioniero di poter riabbracciare sua moglie, e vedere il suo figlio, a condizione che ciò accadesse nella mattina stessa nella quale egli doveva morire sul rogo, che la visita non si prolungasse più di un’ora, e che ad essa fosse stato sempre presente il cappellano della prigione. Bisogna però dire che la presenza di quel prete non fu punto d’impaccio; anzi egli si comportò in modo da rendere quell’incontro assai gradevole a quegl’infelici. Quella fervorosa preghiera che Mentonini qualche giorno prima aveva fatta per lui, era arrivata fino al suo cuore e lo aveva commosso assai più di quello che osasse dimostrare. Per una compassione della quale non sapeva rendersi conto, egli aveva appoggiata la domanda perché si accordasse quella visita, e trovò il modo di potere esservi presente, onde lasciare alla infelice famiglia tutta la libertà ch’egli avesse potuto accordarle in quella estrema circostanza.

Il giorno seguente il sole si manifestò sulle lagune in tutto il suo raggiante splendore. Il Canal Grande era solcato da molte gondole; la gioia ed il dolore, come accade sempre in questo basso mondo, andavano insieme di pari passo.

Gabriela, accompagnata dalla sua madre e dal suo bimbo, che era un bellissimo ragazzo di tre anni, entrò nella gondola, e, tirate le cortine intorno ad essa, sedeva taciturna, e, innalzando i ciechi suoi occhi verso il cielo, domandava a Dio la forza per quella ora estrema: essa sapeva che Dio solo poteva aiutarla: Signore aiutami, erano le uniche parole che il suo cuore spezzato spingeva sulle sue labbra. Essa avrebbe desiderato, anzi sarebbe stata contentissima, di morire insieme col suo sposo che le era stato strappato dal fianco proprio nei giorni della loro coniugale felicità; ma essa pensava al suo figlio, a quel bimbo che siedeva a’ suoi piedi: vedeva in quel fanciullo l’unico legame che restasse fra lei ed il suo cuore; e non osava neppure pensare di volerlo lasciare: essa credeva fermamente che Dio, nella sua misericordia, le aveva dato quel fanciullo per consolare e riempire in altro modo il suo desolatissimo cuore.

Più la gondola si avvicinava alla riva, più il suo coraggio la abbandonava. E come poteva essere altrimenti? Essa andava ad incontrarsi col diletto suo sposo; ma in qual modo? proprio sull’orlo della tomba! I funesti pensieri furono interrotti dall’urto della gondola contro la riva. Entrata nella prigione, l’aria umida, fredda e mefitica che spirava in que’ corridori, le faceva sentire quello che veramente essi erano; cioè il passaggio dalla vita alla morte per molti. Il fanciullo, abituato alla luce ed all’aria, ed al rumore della città, avvicinandosi alla porta della prigione ove era il suo padre, piangeva spaventato per l’oscurità e pel sepolcrale silenzio che regnava in quel soggiorno di morte, anziché di vita. La tunica con le fiamme e co’ diavoli dipinti che l’inquisizione faceva indossare ai condannati il giorno dell’atto di fede, con tutti gli altri abiti che doveva indossare il condannato, erano già stati portati nella sua prigione; ma il prete per un sentimento di compassione li aveva nascosti, temendo che l’acutezza del tatto della cieca moglie non li avesse riconosciuti. Quando l’afflitta Gabriela col suo bambino furono avanti la porta della celletta ove era il loro amato, quella porta si aprì, e la moglie e il marito, il padre ed il figlio sono insieme. Ma essa non poteva vederlo, ed egli vedeva la sua diletta pallida, consunta, cieca… Un grido spontaneo scoppia dagli addolorati loro cuori: "Vincenzo!" "Gabriela!" e, gettandosi nelle braccia l’uno dell’altro, si dànno quell’ultimo casto abbraccio di amore che non mai morrà. "Ed ora, addoloratissima madre ed esempio delle mogli, tu stessa porgimi il nostro caro fanciullo, acciò possa stringerlo fra le mie braccia sul mio cuore". Essa pose il bambino nelle braccia del padre, e la sua emozione nell’abbracciare il non ancora da lui veduto figliuolo, fu così grande che minacciò spezzare quel debole filo che tratteneva ancora la sua debolissima e travagliatissima esistenza.

"Ed ora, mia buona moglie, diceva Vincenzo tutto commosso, lasciami sentire il mio fanciullo chiamarmi col dolce nome di padre". - "Caro Vincenzino (diceva la madre al bambino al quale aveva posto il nome del padre), di’: Caro papà".

Il fanciullo alzò i suoi bellissimi occhi e li fissò sul viso del padre, e balbettò, con la grazia infantile della sua età, le parole che aveva sentito dalla madre; e quella parola versò come un torrente di pace e di consolazione nell’afflittissimo cuore del padre, il quale, prendendo le mani del fanciullo e giungendole in mezzo alle sue, s’inginocchiò, fece inginocchiare il fanciullo ai piedi della madre, e pregò Dio di aiutarlo a portare pazientemente e con forza la sua croce; e pregò affinchè Dio, per l’amore di Gesù Cristo, prendesse sotto la paterna sua protezione il bambino orfano e la vedova desolata. "Padre, egli diceva, io consegno a te e pongo sotto la tua santa tutela queste due gemme del mio cuore, finchè questa misera vita sia passata, e che io non le abbia ritrovate nello splendore della beata eternità". Gabriela dal suo lato si era anch’essa inginocchiata: essa non aveva mai parlato della sua infermità; essa vedeva il suo marito non cogli occhi, ma col cuore; ed inoltre, in quella circostanza avrebbe stimato essere un delitto dare un solo pensiero a sé stessa.

Il tempo assegnato a quella breve visita passava velocemente. Il prete che sentiva in sé stesso un tremito ed una pietà tutta nuova per lui, si era ritirato nel corridoio; e, di là guardando quel piccolo gruppo starsene così tranquillo, così silenzioso, si avvicinò, e fu assai spaventato nel vedere il suo prigioniero, col pallore della morte sul viso, con gli occhi chiusi, e che si sforzava invano di giungere fino al suo saccone di paglia. Ma ohimè! i lunghi mesi ed anni di sofferenze avevano prodotto il loro effetto, e quando il prete si avvicinò per rilevare la donna, ed assistere il marito, i suoi occhi sperimentati a vedere le sofferenze, videro quello che non poterono vedere gli occhi senza luce della Gabriela.

"Vincenzo, Vincenzo, rispondimi: lascia che io possa, ancora una volta, ascoltare la tua voce che chiami la tua Gabriela: quel doce suono possa essere con me finchè Dio mi chiami".

Vincenzo non potè rispondere al dolce appello; imperciocchè era stato preso da una mortale debolezza, e, quando incominciava a dar segni di tornare in sé, il prete si avvide che la suprema chiamata era venuta per il prigioniero, ma da un tribunale assai maggiore dell’inquisizione, cioè dal supremo tribunale di Dio, il quale aveva riguardato con occhi di pietà e di amore le sofferenze del suo servitore, e gli aveva risparmiato il tormento del fuoco.

In questo tempo non si sentiva nella prigione altro rumore che quello dei profondi singhiozzi dell’afflitta moglie: il prete, senza saper come, né da chi fosse a ciò spinto, accarezzava e faceva tacere il fanciullo. La campana del grande orologio di S. Marco avvertì che l’ora concessa era passata, e che in conseguenza la moglie ed il marito dovevano separarsi per non più rincontrarsi su questa terra. Mentonini, con un grande sforzo di volontà, e con tutta la forza di un dolore disperato, potè levarsi dal suo giaciglio per dare un ultimo abbraccio ed un ultimo sguardo alla diletta sua moglie: si levò sui piedi, e stando ritto tese le braccia alla sua moglie, dimenticando che essa non poteva vederlo: ma se essa non potè vederlo, ascoltò però la sua voce: e siccome erasi voltata da lui per nascondere il suo immenso dolore, così traballando si diresse là dove sentiva la cara voce; e, cadendo ai piedi del diletto marito, gli domandò perdono per qualunque mancanza che avesse potuto commettere contro di lui, sia non obbedendolo prontamente, sia nel non avere sempre adempiuto ogni suo volere. Essa sentì rialzarsi da quelle braccia tremanti che avevano quasi interamente perduta la forza, e sentì da quelle stringersi al seno del marito. Uno spasimo subitaneo di agonia si manifestò sul volto del prigioniero, che strinse convulsivamente al seno la sposa, con un grido a Dio domandando pietà; ed in quello stretto abbraccio Mentonini passò dalla sua prigione nelle braccia del suo Redentore.

Gabriela con gli occhi della mente riguardò il cadavere del diletto suo sposo, e gli parve vedere nei lineamenti di quel volto da lei tanto amato, in preda alla morte, tutti i segni della pace con Dio. Ora essa era tranquilla; imperciocchè sapeva che le fiamme del rogo non avrebbero più straziato il diletto suo sposo; e di più essa era sicura, per la sua santa fede, che Dio nel suo immenso amore aveva salvato il suo marito dalla fiera prova del fuoco, e che sebbene essa fosse stata battezzata per l’afflizione, il braccio potente della divina misericordia l’aveva rialzata, e le aveva dato un gran conforto in quell’ultimo momento.

  

Indice