Baldassarre Altieri. - Baldo Lupetino. - Giulio Ghirlanda. - Antonio Ricetto. - Francesco Sega. - Francesco Spinola. - Girolamo Galateo 

 

Fra tutte le città d'Italia, la bella e possente Venezia era in grado di favorire vieppiù la causa della Riforma, e d'apprestare a quelli che per tendenze evangeliche vivevano perseguitati, un asilo cortese e inaccessibile ai fulmini del Vaticano. Il Senato di quella repubblica, geloso di sua autorità e conscio dello spirito ambizioso e crudele della curia romana, avea costantemente resistito agli sforzi da quest'ultima durati per istabilire nella città di s. Marco il tribunale inquisitorio; e vietato di pubblicare, nel territorio veneto, gli editti pontificii, senza che fossero prima sottoposti ad esame. La sua politica piena di saggezza, per attirare gli stranieri nei porti e nei mercati della repubblica, e per tal modo facilitare il commercio, avea creduto necessario di lasciar loro, più che altrove, libertà di parola e di pensiero in tutto ciò che la politica interna non riguardava. La quale libertà, agevolata da molti stabilimenti tipografici, che erano in Venezia ampia sorgente di industria e di traffichi, rendeva assai più facile la diffusione delle dottrine riformate. Infatti le opere di Lutero, Melantone ed altri celebri riformatori d'Alemagna erano stampate a Venezia, o confidate a veneti librai per diffonderle nelle altre città della penisola.

Nel 1530, molti Italiani prendevano interesse alla Riforma, ed in Venezia fra i più zelanti notavansi, oltre al celebre Carnesecchi, Baldassarre Altieri e fra Baldo Lupetino.

Quest'ultimo era nato in Albona, piccola città dell'Illiria. La sua nobile origine, la dottrina ond'era fornito, gli illibati costumi che l'adornavano aveano fatto il suo nome assai caro e venerato in tutto il paese. Eletto provinciale dei francescani, usò tutti i mezzi che erano in sua balia per propagare la fede evangelica e protegger quelli che di già l'avevano abbracciata.

Baldassarre Altieri, comecchè nativo d'Aquila, città dipendente da Napoli, erasi stabilito a Venezia dapprima in qualità di segretario dell'ambasciata inglese e poscia siccome agente dei principi protestanti d'Alemagna. Era assai noto pel suo attaccamento alla religione riformata, ed a questa utilissimo pei rapporti che teneva cogli esteri gabinetti a cagion del suo ufficio, e pe' consigli e le agevolezze che prodigava ai seguaci del Vangelo e a tutti quelli che v'inclinavano.

In dodici anni, la Riforma fece mirabili progressi, tanto a Venezia che nelle sue provincie; Padova, Bergamo, Brescia, Verona e specialmente Vicenza e Treviso divennero centro di fedeli protestanti e oggetto di continue querimonie da parte del romano pontefice. E siccome il senato e i governatori delle venete provincie non prestavano orecchio alle istanze che piovevano dal Vaticano, perciò a Roma se ne argomentava la prossima annuenza del veneto governo alla riforma; senza riflettere che il senato di Venezia alla libertà di coscienza non attaccava in quei tempi alcuna importanza religiosa, accordandola, come sopra si è detto, per mire economiche, civili, ed anche politiche.

Nè per questo la santa sede cessava dal sollecitarlo con lettere e messaggi, usando talvolta adulazioni e lusinge, e lamentando sempre i pericoli che minacciavano la religione cattolica, quella stessa religione alla quale, dicevasi, Venezia andava debitrice del suo lustro e della sua grandezza. Essendo ciò inutile, si ricorse a pratiche particolari presso il doge e presso i membri più influenti del Senato; talchè infine, per debolezza di costoro, furono permesse alcune misure, dette allora moderate, contro i fedeli di Vicenza. Questa concessione sebbene fatta malvolentieri e con riserva, doveva naturalmente divenir fatale; dappoichè, siccome avviene in simili circostanze, il governo, cominciando a cedere in parte, dopo lunga e vigorosa resistenza, a poco a poco finì per chiudere gli occhi e lasciar alla curia di Roma l'arbitro d'introdurre negli Stati della repubblica le stesse persecuzioni colle quali aveva in altri paesi soffocato lo spirito di riforma.

In fatti, nel 1548, fu pubblicato un editto che ordinava ai dententori di libri contrarii alla fede cattolica di consegnarli, entro otto giorni, e sotto pena d'essere perseguiti come eretici; e prometteva larga ricompensa ai denunciatori. Codesto editto fu mantenuto con una severa crudeltà contro i protestanti che soggiornavano a Venezia e in tutto il territorio dello Stato. "La persecuzione," scriveva Baldassarre Altieri a Bullinghero, "diviene ogni giorno più violenta. Sono state arrestate molte persone, delle quali alcune vengono condannate alla galera, altre ad una reclusione perpetua, e alcune, ahimè! vinte da terrore, hanno abiurato la loro fede. Abbiam veduto bandire parecchi cittadini colle loro mogli, e co' loro figli. V'ha di quelli che, per salvare la loro vita e la loro libertà, han dovuto fuggire precipitosamente. Le cose sono in tale stato che comincio a temere per me medesimo; imperciocchè, sebbene in questa orribile tempesta mi sia riuscito talvolta di offrire un ricovero agli altri, pure ho tutte le ragioni di temere simili misure a mio riguardo. Ma Dio con tali calamità vuol provare la costanza de' suoi fedeli!"

Altieri, quest'uomo eccellente, in sì luttuose circostanze, diede esempio di uno zelo ammirabile e d'uno straordinario disinteresse, adoperandosi a tutt'uomo per la causa della verità, pel bene della sua patria ed in sollievo de' suoi sventurati fratelli. Scrisse a Martino Lutero, pregandolo caldamente d'impiegare tutto il credito che godeva presso i principi evangelici di Alemagna, per impegnarli a far pratiche appo il Senato di Venezia per ottenere la soppressione delle violenti misure esercitate, nel territorio della repubblica, dai ministri del papa contro gli umili fedeli e seguaci di Cristo; e chiedere per essi facoltà di adorare Iddio secondo le ispirazioni della loro coscienza; inoltre chiese ed ottenne lettere officiali dell'elettore di Sassonia e degli altri principi, di cui era l'agente presso la repubblica di Venezia; nè di ciò pago, andò egli stesso in Isvizzera, onde esortare i cantoni protestanti ad usare la loro influenza per la stessa causa; volle assistere ad una assemblea dei deputati Grigioni che si teneva a Coira, ed ivi patrocinò la causa de' suoi compatriotti perseguitati.

Bramava egli una commissione ufficiale per fare al Senato le debite rimostranze; ma fu deluso: il governo svizzero e quello dei Grigioni, ignorando i loro propri interessi, non accolsero la domanda di Altieri: il generoso ne ebbe vivo rincrescimento; e in una lettera diretta a Bullinghero, distinto ministro di Zurigo, dopo di aver significato il suo scoraggiamento per l'inefficacia delle pratiche, e la poca sollecitudine de' pastori svizzeri in un affare di tanta importanza, esclamava: "Ecco come gli uomini di questo secolo vivono sotto il giogo del mondo! Se lo Spirito del Signore non fosse da lungo tempo in me, forse avrei seguito l'esempio della moltitudine, dandomi ad una vita oscura per attendere a' miei privati negozii, invece di prender parte attiva alla causa del Vangelo: ma Dio m'ha impedito di prender una determinazione così malvagia, e mi ispira virtù di soffrire per Lui, che tanto ha sofferto per me, anche il più infame supplizio. Io ritorno dunque in Italia rassegnato a tutto quanto potrà arrivarmi, e contento, se occorre, d'essere gettato in prigione!"

Prima di lasciar la terra de' Grigioni, Altieri ebbe avviso che la persecuzione in Venezia vieppiù infieriva; ma questa notizia non valse a fargli smettere la determinazione di partire. Agli amici che tentavano ritenerlo, disse con entusiasmo: "È vero, ritornando nel mio paese, io vado incontro a gravi perigli, poichè mi è noto quanto aborrito io sia dai satelliti di Roma; però su me che ho intrapreso questo viaggio pel trionfo della fede e pel bene dei nostri fratelli, veglierà il giusto e sommo Iddio."

Giunto in Venezia, ebbe il dolore di vedersi da alcuni amici abbandonato, da altri vilmente tradito, e additato ai giudicii inquisitori siccome eretico assai pericoloso ed influente. Gli venne subito intimato di rinunciare alle sue opinioni, o lasciare gli Stati della repubblica; ed egli senza punto esitare si appigliò a quest'ultimo partito. "Discepolo fedele di Cristo," scriveva al suo amico, "ho preferito l'esiglio al dolce soggiorno di Venezia, ed alla sua esecrabile religione." Frattanto, sì perchè non disperava di un migliore avvenire, sì per essere di sollievo agli afflitti suoi fratelli, preferì di errare di città in città, e, quantunque malsicuro e segno a continue persecuzioni, rimanersi in Italia. Allorchè poi non gli fu più concesso di mostrarsi in pubblico, cercò un asilo in campagna per riposarvisi colla sua sventurata famiglia. Ma la collera dei clericali lo seguì sin dentro a quella pacifica solitudine. "Io vivo in continuo allarme," sono sue parole dirette al Bullinghero; "la mia vita è in pericolo, non v'ha angolo d'Italia in cui mi sia dato vivere sicuro colla mia donna e il figliuol mio. Ogni giorno i miei timori raddoppiano. So che i miei persecutori non avran tregua finchè non mi abbiano tolto di vita."

Di Baldassarre Altieri non si ebbero più notizie; il suo fine restò avvolto in un velo impenetrabile. Se un giorno sui terribili misteri dell'inquisizione brillerà un pieno raggio di luce, allora forse gli uomini conosceranno che l'affannoso presentimento di Altieri veniva barbaramento realizzato da qualche segreto assassinio.

Da lungo tempo in Italia come in Francia vi erano inquisitori, il cui officio limitavasi a fare indagini sulle persone accusate d'eresia; ma essi nello esercizio delle loro attribuzioni dipendevano dai vescovi, ai quali spettava dirigere i processi e pronunziarne giudicio. Nel principio del secolo decimosesto, l'Italia non aveva ancora il flagello di una corte indipendente e dedicata in modo speciale alle cause di questo genere; ma in seguito ai considerevoli progressi che le dottrine evangeliche facevano in questa penisola, la corte romana sentì il bisogno d'introdurvi un mezzo così energico per distruggere il libero esame e salvare l'autorità molto decaduta della Chiesa. Talvolta i vescovi spiegavano poco zelo, e non di rado cedevano alla voce della umanità, od ai riguardi di amicizia; perciò i loro procedimenti eran lenti e poco segreti, e agli accusati riesciva spesso di fuggire prima che le autorità civili ne ordinassero l'arresto.

Per tali motivi, i più zelanti cattolici, e specialmente il cardinale Caraffa, sollecitarono l'istituzione del S. Uffizio, più o meno simile a quello di Spagna; e Paolo III, con bolla del 1 aprile 1543, conferiva a sei cardinali il titolo e i poteri di inquisitori generali della fede, autorizzandoli a giudicare, al di qua e al di là delle Alpi, tutte le accuse d'eresia; conferì loro facoltà d'arrestare e mettere in prigione le persone sospette e loro complici, senza distinzione d'età, di sesso, di professione o di rango; di nominare officiali subalterni, e stabilire dovunque tribunali di seconda classe, con poteri limitati od uguali.

La facilità con cui codesta abbominevole istituzione fu introdotta e consolidata in Italia, prova che negli Italiani, comecchè assai illuminati e civili fossero in gran parte, mancava quello spirito nazionale, quella energia di principii e quella concordia che in altri paesi, come in Francia ed in Germania, bastarono a respingere un giogo così barbaro e pesante. I soli Napolitani vi si opposero vigorosamente, e reiterate volte ricorsero ad imponenti dimostrazioni ed a tumulti, e talora davan di piglio alle armi per contrastare le vittime ai satelliti del s. Uffizio; talchè i loro dominatori dovettero smettere il pensiero. Sublime esempio di fermezza e concordia popolare che forma la più bella pagina di quel reame!

Il Senato di Venezia si oppose, è vero, all'introduzione di quel tribunale di sangue; vietò agli inquisitori di pronunziare sentenze definitive in quanto ai secolari; ma permise loro di sorvegliare i processi d'eresia; e, per proteggere i cittadini contro l'ingiustizia e la cupidigia che celavasi sotto il manto di zelo religioso, volle che integri magistrati ed onesti giureconsulti fossero presenti all'esame dei testimoni.

Nessuna potenza seppe mai, come quella di Roma, alternare le carezze con le minaccie e l'artifizio con l'aperta violenza; abbandonare per un istante le sue pretese, senza rinunziarvi; e intanto a forza di dissimulazioni e di intrighi schiudersi insensibilmente la via al trionfo de' suoi disegni. Egli è per questo che il papa quantunque molto lieto non fosse delle concessioni ottenute dal Senato di Venezia, pure apparentemente si tacque; ma i suoi agenti manovravano in segreto, e gli inquisitori di quando in quando, per abuso, usurpavano sempre nuovi poteri, e la loro mano pesava più del consueto sui cittadini; ma allora qualche voce generosa udivasi nel Senato a reclamare energicamente contro le crudeltà clericali, e domandare la libertà di qualche infelice ingiustamente perseguitato.

Malgrado le sofferte sciagure, rimanevano in Venezia non pochi seguaci delle dottrine evangeliche, i quali tenevano segrete riunioni, e nel 1560 celebravano la Cena in una casa particolare. Ma scoperti e denunziati, caddero in mano dell'inquisizione tutti quelli fra loro che non ebbero agio di mettersi in salvo. Poco dopo si sparse la triste novella, che Giulio Ghirlanda, Baldo Lupetino, Francesco Spinola e Girolamo Galateo e molti altri fedeli giacevano in prigione.

I fuggitivi, fra' quali Antonio Ricetto e Francesco Sega, col favor della notte, recaronsi in Istria; e là si tennero celati per qualche tempo, con l'animo di rifuggirsi in paese straniero. Ma nell'atto di spiegare le vele, uno Svizzero consapevole del loro progetto, e forse venduto al tribunale del s. Ufficio, accusò tre di quei profughi, Niccola Bucella, Antonio Ricetto e Francesco Sega quali suoi debitori, e chiese al magistrato del luogo facoltà di arrestare la barca. Ma, non potendo avvalorare di prova la sua menzogna, e vedendo respinta l'ingiusta sua dimanda, per fermare quei miseri ricorse a più vile espediente, denunziandoli come eretici che cercavano sottrarsi alla giustizia. Con questo infame raggiro essi furono arrestati, tradotti in Venezia e rinchiusi nelle stesse prigioni ove giacevano i loro fratelli. Ciò nel 17 agosto 1562.

Fino a quell'epoca le autorità civili di Venezia non avevano inflitta ai protestanti la pena capitale; solo in alcune lontane provincie della repubblica era stato accordato agli inquisitori qualche esempio di questo genere. Ma infine il Senato si arrese alle reiterate istanze cui aveva con tanta fermezza combattuto, e diede principio ad una serie di crudeltà, che per lungo tempo disonorarono i tribunali di quei liberi Stati. I confessori della fede evangelica erano dannati a perir sommersi nelle acque; fu adottato cotesto genere di supplizio, sia perchè sembrava meno odioso e meno crudele delle fiamme, sia perchè veniva reputato più conforme agli usi di Venezia. Ma se tali autodafè erano meno ributtanti che quelli di Spagna, pure venivano circondati da un silenzio così tenebroso e da tale apparato che ne raddoppiava l'orrore. - A mezzanotte traevasi il prigioniero fuor del suo carcere, per farlo salire su d'una gondola, in cui non erano che i marinari ed un prete che doveva assistere la vittima. Il legno si avanzava in alto mare, al di là de' due castelli, ed ivi era atteso da un'altra barca. A traverso queste due gondole si gettava una tavola sulla quale veniva steso il prigioniero carico di catene, con un gran sasso legato a' suoi piedi; ad un segnale convenuto, le due gondole scostavansi l'una dall'altra, e l'infelice era inghiottito dalle acque.

Giulio Ghirlanda di Treviso fu il primo a subire il martirio nella città di s. Marco. Allorchè venne legato sull'asse fatale, diede al capitano un dolce e pacifico addio, e invocando il Signore, sparì nell'onde. Avea quarant'anni, e l'ultimo suo giorno fu il 19 ottobre 1562.

Niccola Bucella, dopo aver tentato invano di evadere dal carcere, rinnegò vilmente la sua fede, e con tale mezzo campò la vita e riebbe la libertà.

Antonio Ricetto di Vicenza godeva di tanta stima, che dopo la condanna i senatori gli offrirono la libertà non solo, ma la restituzione di tutti i suoi beni stati venduti in parte, e in parte promessi, a patto ch'egli rientrasse nel grembo della Chiesa romana. Anche il suo figlio, di soli dodici anni, recossi alla prigione e piangendo e abbracciando le di lui ginocchia scongiuravalo di arrendersi alla volontà dei magistrati, e non lasciarlo orfano e solo. Ma l'afflitto genitore con incomparabile fermezza gli rispose non potere, con tutto l'amore che gli portava, conservarsi a lui, dovendo il cristiano abbandonare e vita e beni ed anche i proprii figli per la fede. Il custode per impegnarlo ad abiurare gli disse che uno de' suoi fratelli avea di già rinunziato alle dottrine evangeliche; ma il buon Ricetto tranquillamente rispose, essere ciascuno responsabile di sue azioni dinanzi a Dio, e si tacque. La notte vegnente fu gettato anch'egli nel mare.

Francesco Sega di Rovigo, giovane ancora e di molta dottrina, scrisse durante la prigionia, che durò circa due anni, parecchie opere religiose per sollievo dei suoi compagni d'infortunio. - Subì il medesimo supplizio.

Francesco Spinola, prete milanese, fu sottoposto a più dure prove. Tre volte lo tradussero innanzi ai giudici; e alla presenza del nunzio apostolico e d'alcuni membri dell'alto clero, che vollero intervenire al giudizio, comechè minacciato del rogo, confessò coraggiosamente gli articoli della fede evangelica, gridò forte contro le usurpazioni del papa, ed impugnò la dottrina del purgatorio e l'invocazione dei santi. Un giorno indebolito da gran malattia e dai continui rigori del carcere, sorpreso e raggirato il misero si lasciò sfuggire di bocca qualche concessione: ma nella sua convalescenza affrettossi a disdire ciò che era stato effetto di momentanea aberrazione. Allora fu solennemente degradato, e la notte del 31 gennaio 1567 fatto morire, come gli altri, nelle acque.

Ma il più distinto fra quelli che subirono a Venezia la morte fu Baldo Lupetino. L'inquisitore e il legato pontificio lo fecero rinchiudere in un'angusta prigione, dove egli invecchiò. Venti anni di carcere, di privazioni e di morali torture non bastarono a fargli abiurare le dottrine evangeliche. Ogni volta che i satelliti del s. Ufficio recavansi a visitarlo colla speranza di veder domata quella volontà di ferro, con molta sorpresa in quel corpo affralito trovavano uno spirito ognora più giovane e vigoroso, e la sua fede incrollabile. Dall'un capo all'altro della penisola e in tutta l'Europa, divenne celebre il nome di codesto gran martire. Da una parte i principi d'Alemagna non cessavano di chiedere al Senato la di lui libertà, e dall'altra il nunzio apostolico, l'inquisitore e fino il papa con replicate istanze ne domandavano il supplizio. Ma il Doge ed il Senato ricusavano; e quando il giudicio fu compiuto, si opposero con un decreto formale alla sentenza che condannavalo a perir nelle fiamme. Al venerando vecchio, dopo tante prove di coraggio e di fermezza, dopo venti anni di prigionia, non fu dato di rivedere la luce nemmeno allorquando incamminavasi verso la morte: era notte; la città deserta e immersa nel silenzio parea si cingesse di luttuose tenebre per attestare il suo dolore; ma il cielo sereno e seminato di stelle pareva in pari tempo sorridere e additare alla vittima il luminoso sentiero per cui si ascende alla patria dei giusti. - Poco dopo quest'altro sagrificio era consumato!

Il supplizio di Lupetino diede l'ultimo crollo alla Chiesa evangelica in quest'altra parte della penisola. Molti fedeli, anzichè comprare sicurezza con vile rinuncia alle loro dottrine, preferirono abbandonare la patria, la famiglia e i comodi della vita, e vivere miseri e raminghi in paesi stranieri; altri subirono coraggiosamente le pene inflitte dal barbaro tribunale; si rassegnarono a vedersi spogliare de' loro beni e ad essere additati e sfuggiti siccome empi e maledetti. Le crudeltà poi usate contro i prigionieri furono spinte a tale eccesso, che ci manca l'animo di narrarle. Alcuni di essi riacquistarono un dì la libertà, ma non più la salute; scarni e pallidi come la morte, consumati da' patimenti e dall'ambascia, strascinavansi appena; altri nelle stesse prigioni cadevano mietuti da orribili malori, ai quali davan causa la fame, l'umidità de' luoghi, le sevizie de' loro carnefici. - Girolamo Galateo, dopo dieci anni di reclusione, non ne usciva che freddo cadavere!

 

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