Nicola Sartorio

 

Quaranta giorni dopo la sanguinosa tragedia del Varaglia, un'altra città del Piemonte fu teatro di più orrendo spettacolo: un giovane d'anni ventisei dannato a perir nelle fiamme! - Eppure le sue mani non erano macchiate d'alcun delitto; non aveva congiurato contro il principe, nè tradito la sua patria: adorava Iddio come nei primi tempi del Cristianesimo... ecco la gran colpa per cui doveva bruciar vivo sul rogo! Nè i crudeli inquisitori ebbero pietà della sua giovinezza; la fama ch'egli godea d'onesto cittadino, l'indole sua dolce e pacifica, i suoi illibati costumi non valsero a toccare quegli uomini fatti di bronzo, sotto l'impero del fanatismo religioso onde erano acciecati.

Niccola Sartorio ebbe nascimento in Chieri, città dell'alta Italia, che sorge in fertile pianura non lungi dalla metropoli del ducato sabaudo. Giovanetto fu educato a Losanna; ed ivi per qualche tempo tenne soggiorno. Tornava in patria; ma, pria di giungervi, fatale necessità lo trascinava in Aosta che esser dovea la tomba delle sue ceneri.

Era il fine di febbraio 1557: e i clericali celebravano la quaresima con ampio corredo di riti e liturgie desunte dagli usi pagani, riti e liturgie del tutto ignoti ed anzi in odio ai Cristiani dei primi tre secoli, come quelle che, appagando i sensi, annullano o scemano di gran lunga il culto dello spirito. Circolavano allora nel volgo credulo e superstizioso alcune favole predicate da un ministro cattolico sulla passione del Cristo; ma il giovane Sartorio non potè udirle senza manifestare un sentimento di orrore, ed impugnolle pubblicamente siccome sciocche superstizioni ed artificiose menzogne. Codesto fatto gli attirò la collera dei clericali e fu cagione d'ogni sua sciagura.

Egli era in colloquio con parecchi amici, quando un uomo sconosciuto gli si fece d'appresso, e, con belle maniere e cortese linguaggio, volle ad ogni costo provocarlo a una disputa sulle prediche da Sartorio tanto biasimate. Quest'ultimo, non s'accorgendo per nulla della rete che lo sconosciuto gli tendeva, e mosso dal desiderio di convincerlo con argomenti ed esempii desunti dalle Sacre Scritture, e guadagnarlo forse alla fede evangelica, somministrogli incautamente le armi con cui quel traditore dovea spingerlo a perdizione. Infatti poco dopo le autorità clericali, di cui l'incognito era segreto emissario, deliberavano di purgare la città di codesto giovane sospetto d'eresia. Fu egli avvertito del pericolo ond'era minacciato; forse avrebbe potuto sfuggirlo abbandonando Aosta subito e di furto; ma, sia che esagerate credesse le voci che sul suo conto si spargevano, sia che dispregiasse il pericolo, non seppe avvalersi del prudente consiglio. Di che meravigliati i suoi amici, con ragioni e preghiere l'obbligarono a fuggire, nè di ciò paghi, fino a tre leghe gli tennero compagnia. Ma non era più tempo: i clericali, istrutti della fuga di Sartorio, spedirono immantinenti i loro satelliti, e costoro correndo per vie diverse lo raggiunsero alle falde del gran San Bernardo, e avvinto fra catene il ricondussero in Aosta. Dall'arresto al supplizio trascorse brevissimo tempo; il processo fu compilato con la massima celerità, senza però trascurare nessuna di quelle barbare misure per istrappare all'accusato una ritrattazione. Lusinghe, terrori e fame e torture d'ogni genere tutto sofferse con rara fermezza. Si venne alla prova della corda; ma il sergente ricusò di eseguire l'ordine dei crudeli inquisitori; e in di lui vece il potestà, il procuratore fiscale ed un canonico vollero assumere l'infame ufficio di torturare colle proprie mani l'infelice.

Frattanto i più cospicui abitatori di Berna sollecitavano il loro governo a reclamare il giovane prigioniero, cui, abbenchè piemontese d'origine, dovea ritenersi qual cittadino di quella repubblica. Ma le autorità d'Aosta, di ciò consapevoli, nè trovando mezzo di farlo abiurare, nei primi di maggio 1557 lo gettaron vivo nelle fiamme.

 

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