Galeazzo Trezio

 

La necessità d'una riforma religiosa fu proclamata in questa penisola più o meno apertamente, dai grandi ingegni che stanno in cima dell'italica letteratura. Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli e Guicciardini (senza contare Arnaldo da Brescia e Girolamo Savonarola, che se ne resero pubblici predicatori), svelando la decadenza dello spirito religioso, i vizii dei pontefici e la corruzione del clero, miravano a tale scopo. Nel secolo XVI poi la Riforma, come risulta dagli storici sì devoti che avversi alla curia romana, penetrò dapprima ne' circoli e nelle accademie letterarie, s'impossessò degli uomini più chiari per dottrina, influenza, e nobiltà di natali, ebbe adito nelle corti italiane, e di là discese in mezzo agli eserciti ed al popolo. Non vi fu angolo della penisola in cui codesto spirito riformatore non avesse i suoi proseliti; anche le terre pontificie, la stessa Roma ne fu invasa, e perfino il sacro Collegio. Se non vi fosse altra prova storica, basterebbe questa, cioè che ogni angolo d'Italia ebbe i suoi martiri.

Se talvolta vediamo gli stessi fatti riprodursi nella storia de' nostri confessori, e talvolta le stesse circostanze accompagnare il loro martirio, non ci rechi veruna meraviglia, essendo stata comune ad essi la fede, e vissuti essendo tutti nei medesimi tempi, soggetti agli stessi pregiudizii, bersagliati dall'intolleranza de' medesimi persecutori, e, quel ch'è più, edificati da tanti esempi generosi: uguali cause non possono produrre che uguali effetti, accompagnati bene spesso da uguali circostanze.

Galeazzo Trezio, gentiluomo di Lodi, seguiva il corso degli studi nella Università di Pavia, allorchè fu convertito alle dottrine evangeliche dal Mainardi, predicatore agostiniano. Ma chi meglio lo istruì, chi rafforzò la sua fede, fu il benemerito Celio Secondo Curione.

Caduto nelle mani degli emissarii di Roma, e, secondo l'uso, inquisito per ben tre volte, egli seppe giustificare in tal modo la nuova sua credenza, che si acquistò fama di giovine pieno di spirito, dottrina, e coraggio. Ma era giovane, devoto a' suoi parenti, ed uso a seguirne la volontà, non ancora ammaestrato da matura esperienza; per cui lasciò vincersi dalle loro istanze e preghiere, e se non abiurò del tutto la fede evangelica, ebbe la colpa di dissimularla per sottrarsi alla pena che stava sospesa sopra il suo capo, ed in tal modo acquetare la costernazione della famiglia.

Ma, poco dopo, ritornato in sè, conobbe il suo fallo, lo confessò, ne pianse e ne fece generosa e pubblica ammenda in guisa che, ricaduto in sospetto d'eresia, fu nuovamente imprigionato, e soggetto a nuovo processo. Ma innanzi agli inquisitori questa volta tenne tutt'altro contegno, palesò il suo errore, si chiamò in colpa d'avere rinnegato il suo Dio, detestò gli abusi della Chiesa romana, il culto delle immagini, il purgatorio, la messa; protestò voler morire, anzichè abiurare come prima. Il processo fu brevissimo, e Trezio fu condannato alle fiamme. Prima che fosse dato in mano al carnefice, alcuni frati andarono al suo carcere per convertirlo alla Chiesa di Roma; tutti i mezzi usarono per ridurlo: gli posero davanti il seducente quadro della vita, gli agi di cui il cielo avealo provveduto, l'avvenire che alla di lui giovinezza sorridea, l'angoscia de' parenti, gli orrori del supplizio; e, nulla ottenendo, caratterizzarono la di lui fermezza per deplorabile imbecillità di animo. Ma sgannavali il buon giovine profferendo innanzi a loro tal discorso e giustificando la sua fede con tali argomenti che essi ne meravigliarono, e, senza dire più verbo, stavansi intenti ad ascoltarlo come fa chi è presso a convincersi di contraria opinione. E probabilmente sarebbe riuscito a guadagnarli, se non fosse sopraggiunto il custode annunziando la chiusura della prigione! Essi ne furono dolenti fino a dichiarare che sarebbero rimasti volentieri con lui senza prender cibo.

Galeazzo restò solo, pregò tutta la notte, e l'indomani all'alba, 24 novembre 1551, l'anima sua spirava in mezzo alle fiamme. 

 

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