Il suo nome è Gesù

 

Quando, alla fine del mio secondo anno al Queen’s Royal College, si chiusero i corsi, partii come al solito per trascorrere diverse settimane di vacanza da mia zia Sumintra, che aveva un ranch a Guara Cara, nella regione montuosa centrale. Ero sempre contento quando andavo a visitare la sua famiglia, perché tutti mi trattavano come un principe. Non c’era nulla che la zia Sumintra non fosse disposta a fare per me. Benchè suo marito fosse un gran bevitore, egli era un uomo serio e molto industrioso. Era sempre molto occupato sorvegliando le sue vaste piantagioni di cacao ed una cava di sua proprietà. Suo figlio Sharma, che aveva un anno più di me, era stato a casa nostra mentre frequentava la scuola ed era uno dei miei amici più intimi.

Godevo molto la compagnia dei miei otto cugini, ma, più di tutto, amavo la tranquillità e la bellezza delle montagne. Era veramente riposante abbandonare il frastuono dei juke-box, delle moto e dei claxon delle automobili che non mi davano pace a Port of Spain. E poi amavo molto la natura. Il mio profondo sentimento dell’unità con l’universo creava in me un senso mistico di identità con tutto ciò che aveva vita: gl’innumerevoli fiori selvatici variopinti, le tante varietà di uccellini cinguettanti, le foglie lucide della giungla dopo un temporale. Io stesso ero un tutto con essi e con ogni creatura che viveva nella foresta. Ciascuna esisteva come uno dei miei numerosi corpi ed io rappresentavo la loro consapevolezza superiore. Le lunghe camminate che facevo ogni giorno in quel paradiso che circondava la casa del ranch suscitavano in me un senso di completa tonificazione. Io ero Brahman e questo era il mio mondo, creato dai miei pensieri.

Come al solito, appena arrivato dopo il viaggio lungo e soffocante, uscii per fare una passeggiata tranquilla, felice di poter godere quel meraviglioso scenario, assorbito mentre osservavo attentamente le strane varietà della flora e della fauna. Arrivato sull’orlo sporgente di un dirupo che sprofondava nella giungla, mi fermai per ammirare la foresta sottostante, con i suoi elicrisi color salmone che esponevano i loro colori al di sopra degli alberi di cacao. Più distanti, dall’altra parte della piantagione, dei boschetti piumati di bambù ondeggiavano nella brezza; più lontano ancora dei campi ondeggianti di canna da zucchero, che appena si scorgevano nella foschia, si estendevano, simili ad un tappeto verde, per unirsi all’azzurro del mare all’orizzonte. Dietro a me dei pappagalli, dei parrocchetti e numerose altre specie di uccelli variopinti svolazzavano da un albero all’altro, cinguettando.

Mi sembrava allora che tutto l’universo cantasse la medesima canzone, pulsando della stessa vita, manifestando la medesima essenza. Ogni atomo di ogni cosa, dal più piccolo batterio al sole immenso e alla stella più lontana, era l’emanazione della medesima sorgente. Tutti erano una parte della sola grande ed unica Realtà. Io ero uno con tutti e tutti eravamo espressioni di Brahman. La natura era il mio dio e la mia amica. Restavo estatico, immerso nella gioia di questa fratellanza universale di tutte le cose e di tutti gli esseri.

Cantando ‘OM namah Shivaya’ – non bisognava mai dimenticare il proprio dovere nei confronti del Distruttore – stavo staccando i petali di un’orchidea che aveva la forma di uno scorpione e ammiravo la sua struttura pallida e delicata e l’incredibile profondità delle sue tinte che sembravano aprire la porta di un altro mondo. Ma, trasalito a causa di un fruscìo minaccioso che avevo sentito nell’erba, dietro di me, mi voltai di scatto. Spaventato e inorridito vidi un lungo serpente dal corpo robusto, che avanzava verso di me, gli occhi piccoli e luccicanti che fissavano i miei. Mi sentii ipnotizzato, paralizzato, con una voglia prepotente di fuggire, ma incapace di muovermi. Né c’era modo per salvarsi, avendo il precipizio alle spalle e la serpe davanti. Benchè l’orribile rettile fosse sprovvisto del tipico cappuccio dei cobra, rimasi colpito dalla sua somiglianza con l’enorme serpente che si attorcigliava al collo di Shiva. Ebbi la medesima sensazione che così spesso sentivo quando, in meditazione profonda, mi trovavo in un mondo strano, seduto ai piedi di Shiva, mentre il suo cobra fischiava minaccioso e sfrecciava la lingua contro di me. La situazione in cui mi trovavo adesso sembrava la realizzazione destinatami da queste visioni. Questa volta non avrei potuto sfuggire al Distruttore!

Ormai vicinissimo, tanto che avrei potuto toccarlo, il rettile eresse la testa a cuneo, alta sopra l’erba, e retrocesse la parte superiore del corpo, pronto a colpirmi. In quel momento di terrore sentii, come se arrivasse da un lontano passato, la voce di mia madre – talmente vicina che sembrava starmi accanto – che mi ripeteva le parole da tanto tempo dimenticate: ‘Rabi, se mai ti dovessi trovare in qualche grande pericolo, senza trovare alcun aiuto da nessuna parte, c’è un altro dio che puoi invocare. Il suo nome è Gesù.’.

‘Gesù! Salvami!’ tentai di gridare, ma l’urlo disperato era soffocato e si sentì appena.

Con mio sommo stupore la serpe si ripiegò ritornando per tutta la lunghezza a terra e, girandosi goffamente, scivolò via velocemente scomparendo nell’erba alta. Con le gambe che quasi non mi sorreggevano, girai al largo dal punto nel quale il rettile era sparito e, incespicando attraverso la fitta giungla, raggiunsi il sentiero che portava a casa. Ansimante e ancora tremante, ripieno di riconoscenza stupita verso questo meraviglioso dio, Gesù, ma timoroso di pronunciare il suo nome, raccontai a mio cugino Sharma come l’avessi scampata per miracolo.

Più tardi i miei pensieri ritornarono di frequente sull’imbarazzante domanda: chi era realmente Gesù? Ricordavo che in occasione delle feste di Natale avevo sentito alla radio dei canti che parlavano di lui, e sapevo che egli doveva essere uno degli dèi cristiani. Ma mi domandavo allora perché, quando avevo frequentato la scuola elementare condotta da una corrente cristiana, non avevo quasi mai sentito parlare di questo Gesù, almeno da quanto potevo ricordare. Forse in quei tempi non vi avevo fatto caso. Ma, qualunque ne fosse stata la ragione, l’unica cosa riguardante il cristianesimo che potessi ricordare era che i primi cristiani si chiamavano Adamo ed Eva e che un altro, di nome Caino, aveva ucciso suo fratello Abele.

Il pensiero di questa avventura mi fece riflettere per molti giorni. Gesù era certamente un dio meraviglioso e potente. Come aveva risposto in un batter d’occhio! Ma egli era il dio di che cosa? Della protezione? Per quale ragione mia madre – oppure gli swami del tempio – non mi avevano parlato di più sul suo conto? Lo domandai anche a Gosine, ma pure lui sapeva ben poco sul conto di Gesù, e mi pareva che si sentisse a disagio quando doveva rispondere alle mie domande’

 

Fatti accaduti in India

 

Rabindranath R. Maharaj, Morte di un guru, Isola del Gran Sasso (TE) 1994, pag. 118-121. Rabindranath R. Maharaj in seguito si convertì al Signore Gesù Cristo.

 

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